Ogni bella storia inizia davanti ad una tazza di caffé

La tazzina è in legno. Basta guardarci dentro per capire che non è solo caffè. Basta chiudere un attimo gli occhi. C’è una storia, c’è sempre una storia.

Il velo è grande e spesso impedisce di vedere. Inspira questo odore, lascia che arrivi. Non aver fretta, tra poco ti parlerà.

Gli oggetti non sono mai solo oggetti, le parole mai solo parole e per le persone è la stessa cosa. Mai, non sono mai solo persone.

Storie! A centinaia, a migliaia si arrampicano sul corpo; escono fuori nelle strade, nei vicoli dei discorsi.
Tutto è una grande, immensa storia fatta da grandi, immense altre storie.
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IL DOLORE DI ESSERE IMPERFETTI

Ti sei mai sentito perso nella disperata ricercata di essere perfetto? Di assomigliare a quell'immagine di perfezione che ti sei prefissato di raggiungere? Essere perfetti è impossibile. E qui ti racconto di quella volta nel nord del Laos dove ho scoperto il dolore di essere imperfetto.

Oggi è un giorno perso.
Per qualche assurdo motivo ancora non ho realizzato che le stazioni dei treni e dei bus non sono strutturare in modo classico.
Qui nel Nord del Laos, ad esempio, c'è una casetta in legno con scritto “Ticket”, ma quando entro c'è solo un cane che rimarrà l'unico essere vivente per ore nonostante le mie ripetute ricerche.

I due giorni a Nong Khiaw sono stati aldilà di ogni aspettativa. Dopo un percorso immerso in una natura meravigliosa, con intrecci di alberi, insetti, radici e scalini di muschio si arriva sulla cima di una montagna che fa salire le lacrime agli occhi.
Il paese si appoggia su un fiume che si snoda come un serpente ed è stretto da altre montagne piazzate lì apposta a far da guardia. Non si sa mai che qualche stupido turista si porti via la magia.

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Dentro al cuore del Laos

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Immagina di chiudere gli occhi.
Immagina di sentire il rombo di un motore per ore, di sederti su una barca e lasciare che gli occhi si lancino fuori.

Ora, immagina di vedere il verde delle colline che si aprono sul cammino, le baracche di legno conficcate nella terra tra i grovigli degli alberi. Guarda il cielo imbottito di nuvole e la voglia di cadere giù.
Il bambù infilzato ai lati sorregge le reti dei pescatori; alcuni di loro sono dentro l’acqua fino alla vita e con le mani nel fango recuperano il pesce che andrà sulle bancarelle, negli stomaci dei passanti.
Devi iniziare a vedere di come il mondo cambia mentre senti ancora la Thailandia che ti sorride e ti pesa sulle spalle.
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IL TETTO DI CRISTALLO- 5 Giorni di Meditazione a Chiang Mai

Non hai mai apprezzato fino in fondo la magnificenza di stendere le gambe fintantoché non ci stai seduto sopra per un’ora e le ginocchia diventano come bulloni arrugginiti pronti a saltare in aria.

I cinque giorni di meditazione si concludono oggi su una Chiang Mai grigia che si gonfia di nuvole ed esplode in acquazzoni di pioggia fresca.

Probabilmente non dovrei scrivere, non ora almeno, ma ho paura di perdere le sensazioni dei giorni vissuti; i pensieri, il silenzio e che tutto poi si confonda nel tumulto del viaggio. Già, il viaggio. Domani si continua; Chiang Rai aspetta, la slow boat che mi porterà dritto tra braccia del Laos, pure.
Il viaggio continua e ancora non so cosa ho capito di questi cinque giorni di pausa dal casino e dal mondo.
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Il tempo si è fermato a Lampang

Basterebbe un po’ di pioggia davvero forte e le case di Lampang collasserebbero su loro stesse. Il legno cede al tempo e ai tarli e alcune strutture sembrano reggersi in piedi per miracolo.

Arrivo da SukhoThai in bus, dopo aver finito di leggere Camminare di Tomas Espedal, affaticato dal caldo e dall’assenza di aria condizionata.
Gli arrivi, dopo appena dodici giorni di viaggio, non mi emozionano più. Lo zaino che pesa sulla schiena, il solito tuc tuc, questa volta cumulativo, l’arrivo in ostello, il bagno sporco. Si fa presto ad abituarsi, anche al diverso, e la magia, se non si sta attenti, la si perde quasi subito.
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Ayutthaya: un amico, wiskhy e soda, no spicy e la storia

Dal finestrino del treno vedo la pioggia che cade a fiumi. Appena fuori Bangkok il paesaggio si calma ed esplode in mille gradazioni di verde.

Penso che potrei trovarmi in un qualsiasi luogo, ora.
Dal Brasile al Perù, dal Messico all’India.
La povertà modella i luoghi secondo uno schema uguale ovunque: le capanne di legno, le baracche da dove esce solo fumo, la terra ed i sassi, la polvere, le persone nel mezzo di tutto scavate, vecchie. Anche i bambini, vecchi e consumati che si rincorrono in uno spiazzo dove gli alberi concedono un po’ di spazio.
Ogni poche miglia un cartello della Coca-Cola.
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Il respiro di Bangkok

Ti arriva addosso e non puoi farci nulla. Lo senti arrivare dal mare e quando ti prende con sé ti scuote dalla testa ai piedi.
È il respiro di Bangkok, ed è pieno di ogni cosa.

Appena lasciato lo zaino in ostello esco fuori ed un muro di caldo mi ferma sulla porta. L’afa è tremenda, si fatica a respirare e l’umidità mi inzuppa di sudore i vestiti.
Non ho una mappa con me, non un’idea o un’indicazione ma mi lascio trasportare dai miei piedi che già da tempo reputo più intelligenti di me.
Arrivo dentro ad una strada, una feritoia nelle viscere di Bangkok e da un angolo vedo uscire del fumo nero ed urla. Mi avvicino spaventato e appena un uomo mi vede mi viene incontro sorridendo e dice – Tuc tuc, tuc tuc. Pagare alla fine –
Mi indica un carretto sgangherato e capisco la provenienza del fumo e delle grida.
Perché no, penso.
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Viaggio per uscire dal mio Capitolo Zero

Mentre l’aereo si appresta ad atterrare, mi chiedo come sia possibile che sia un’altra volta con le chiappe in mezzo al cielo. Dopo appena due settimane di casa lo zaino è pronto, imbottito di vestiti ed eccitazione.
Riparto; questa volta per tre mesi nell’Asia che per ora ho amato solo nei libri. Riparto, senza alcun timore perché è stata una scelta troppo facile da prendere.
A me solo i nomi fanno tremare le mani: Bangkok, Laos, Chang Mai, Ayutthaya, Luang Prabang, Mekong, Angkor Wat, Vietnam.
Li leggo sulle cartine e vedo lo zaino che si avvicina verso di me, supplicandomi di prenderlo e andare a scoprire questa parte di mondo insieme.
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Tutte le cose belle devono finire

Ultimo giorno a Dublino.
Passo la giornata a camminare sotto un cielo che trattiene la pioggia, penso che sappia che me ne sto per andare e che mi voglia regalare un ultimo momento di pace.
Faccio il turista, mangio sushi, leggo per ore. Sorrido mentre tendo l’orecchio e ascolto le conversazioni in un inglese contratto che ha acquisito una sua magia.

C’è sicuramente qualcosa di magico in questi irlandesi. Insomma, se riesci a trasformare una frase apparentemente semplice, tipo, -“ Hi buddy, how are you?” – in qualcosa che necessiterebbe un Master di interpretariato, un po’ mago lo devi essere. Ma mentre li ascolto mi meraviglio dei progressi del mio cervello e in un bar ordino un coffe with mUlk ( quella cosa bianca che secondo i libri d’ inglese dovrebbe essere milk).
In questi ultimi istanti d’Irlanda penso alla fine che dà senso ad un inizio, al chiudersi del cerchio, alla bellezza e alla necessità di una morte.
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