LA SCUOLA È PROGRAMMATA PER DISTRUGGERE I RAGAZZI (racconto sulle mie esperienze nelle scuole)

*DISCLAMER: QUESTO È UN RACCONTO BASATO SULLA MIA ESPERIENZA REALE NELLE SCUOLE CON IL PROGETTO L’ELETTROCARDIOGRAMMA DELLA FELICITÀ. VUOLE ESSERE UN MODO PER RACCONTARE CIÒ CHE VIVONO I RAGAZZI, CIÒ CHE HO VISSUTO IO. NON È VERITÀ ASSOLUTA. BUONA LETTURA!
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Cinque ore, se ti va bene.
Cinque ore seduto, fermo, con le gambe incastrare e il culo che si appiattisce su una sedia scomoda di legno.

Cinque ore che passano veloci, certo. Ci sono gli amici, i compagni, le ragazze che col caldo si mettono le magliette scollate. Ad una di terza le è uscita una tetta mentre c’era la partita di pallavolo, dicono.
Ma mica è vero, se lo sono inventati di sicuro.
Che le uniche tette che hai mai visto a scuola sono quelle della Gabrielli, ma perché è cinquecento chili e quando insegna Geografia si deve piegare per raccogliere il mappamondo.

Sono cinque ore, il mercoledì otto. Già, otto ore.
Come un lavoro. Solo che qua non si prende nulla.
Neanche due euro per comprare il gelato, dopo.
Qui, dopo, c’è da correre all’allenamento di pallone, poi mentre sei sotto la doccia ti senti addosso quella roba lì.

Che no, non è lo shampoo. Non è neanche una cosa che sai spiegare. Sai che ti toglie un po’ il respiro e ti fa correre in bagno la mattina appena ti alzi.
È una roba che ti stringe la gola e sembra che sia collegata come un’autostrada alla prima ora delle cinque di domani.
Domani hai la Ferrari e sono cazzi.

Perché dopo le cinque ore, il gelato mancato, l’allenamento, hai fatto gli esercizi di matematica ma Storia mica ce l’hai fatta.
L’hai letta alle sei di mattina, sottolineando con l’evidenziatore giallo, ripetendoti in testa le parole scritte in grassetto.

Che gli esercizi li copi a ricreazione. Basta chiedere all’Elisa, ma con la Ferrari l’interrogazione è un casino.
Quella sembra che guardandoti riesce a vedere che robe ti sei imparato e colpisce sicuro in quella parte di cervello che non c’è nulla, manco una data a caso.

Vabbè, la prima ora è andata. Un quattro meno fa presto a diventare un sei. Almeno speri perché col debito l’estate diventa immediatamente uno schifo.
Ogni roba bella che accade si infesta di quella sensazione alla gola, che taglia tutto il divertimento come un albero che viene tirato giù.

Comunque la prima è andata e ora rotoli giù per le altre quattro.
Alla seconda non si può parlare. Gatti, quella d’Inglese, che ha il caschetto e un accento inglese che manco tua nonna sdentata, vi parla della regina, dei nipoti, che uno è mezzo pazzo ma ora ha messo la testa a posto con una donna degli U.S.A e tra poco diventerà la sua wife, e a te ti sembra che lo dica proprio così come si scrive. Wife.

Il problema è che non te ne frega nulla della wife del principe psicopatico, vorresti parlare con Luca del gol che hai fatto in allenamento, della partita del Milan di Domenica, del culo della Chiara F., sì F., perché la Chiara C. sarà anche bella ma è simpatica come uno sputo in un occhio. Comunque anche se non te ne frega la Gatti ti obbliga ad ascoltare e se ti becca a parlare sei fregato.

Inizia a farti domande metà in italiano metà in inglese e, anche se questa non la capiresti neanche se parlasse in aramaico o con dei cartelli, sei obbligato a rispondere e al primo errore che lei rileva ti fa sentire di uno sporco che a dirlo fa quasi vergogna.
Parte a domandarti sempre più cose assurde, il past continuous Lady D, i flase friends, Carlo e Camilla come se esistesse tra questi elementi davvero un filo logico. Ma la cosa più brutta è che inizia a sbofonchiare, poi a ridere sguaiata e obbliga tutti a fare lo stesso.
Quindi alla seconda tutti zitti e se proprio vuoi guardi in silenzio il curo della Chiara F.

C’è ancora un po’ di tempo che deve passare e oggi sembra infinito. La terza, meno male, sono solo quaranta cinque minuti. Matematica, che poi scavalla anche nella quarta ora, quella dove chiede gli esercizi.
E sì che non ti dispiacerebbe neanche matematica; sembra avere un senso e dare una logica a queste ore impazzite. Certo, la Gatti (tu e Luca la chiamata la Cats) è svitata e anche un po’ stronza ma se la lotta con la Ricciardi.

Il fatto è che quest’ultima ha l’aggravante di essere giovane.
Bassettina, con i capelli neri scurissimi, il naso a punta e la bocca che a te, vattelo a pesca il motivo, ricorda Titti il canarino.
Arriva in classe tutta di corsa, sbatte la porta, accende la lavagna collegata al pc e inizia a scrivere numeri su numeri con il respiro che ancora è agitato.
Se sente un rumore si gira con uno sguardo che tu giuri, una volta ha congelato il tempo. Tipo che le 10 e 15 sono rimaste le 10 e 15 per un minuto in più. Roba da pazzi.

Il casino, ma quello vero, tipo che tremano anche gli armadietti e fa zittire anche Filippo V che è un ragazzo speciale -(a te fa rabbia sta parola perché Filippo di speciale non ha proprio nulla ed è per quello che ti sta simpatico)- il casino, pensavi, è se la Ricciardi sente, mentre dà le spalle alla classe, qualcuno che ride.
O santo cielo, Dio ti salvi.

L’hai capito che è terrorizzata di essere presa in giro, ma voglio dire, il Benassi si è chinato per prendere una roba da terra e ha preso una chiorbata epica quando si è alzato che ridere era il minimo. Oltre a provare soddisfazione, intendi.

Già, ma per la Ricciardi qualcuno stava ridendo di lei e quindi punizione. La più classica: ricreazione in classe.
Che banalità, Ricciardi. Per essere giovane sei così vecchia.
Voi la fate già in classe, certo non seduti, ma che cambia.
Quando in prima la facevate fuori potevate stare solo nel corridoio. Non potevate andare neanche da Mario, il bidello, a dirgli che qualcuno aveva vomitato in classe o a rubargli la spillatrice.
Tira certe bestemmie, Mario, che un giorno o l’altro il capo di tutta la baracca si presenta a scuola nostra, pensi.

Si diceva, sì, merenda in classe. Che chissene frega, uno potrebbe dire, ma le finestre danno proprio sul cortile interno. Quaranta metri per quindici di erbetta, ghiaia, canestri da basket intonsi e due porticine da calcetto che fanno salire l’acquolina in bocca.

Come è che avevano detto? Non è considerata una necessità primaria, la ricreazione all’aria aperta.
Siamo carcerati, senza l’ora d’aria, tu hai pensato.

La Ricciardi sembra felice dell’atmosfera che ha creato. È calato un silenzio che è una cappa intrisa di rabbia e tutti vorreste sferrare alla prof una qualsiasi cosa perché lei ha rotto la vostra speranza di avere una di matematica giovane, che vi capisce, che lo sa che se avete addosso un po’ di fiducia sapete come ripagare.

E invece no, per una testata ad un banco tutti in punizione.
Si mette la nota, Lorenzo? Devo chiamare tua mamma, Niccolò? Giulia, anche tu ti ci metti.
ORA BASTA. ZITTI. MA È MAI POSSIBILE CHE BISOGNA RIPETERE MILLE VOLTE LE STESSE COSE.
FACCIAMO UN’INTERROGAZIONE A SORPRESA?

Ma che avete fatto, pensi. Volevate parlare, ridere un po’.
Una volta cosa è che volevi dire?
Non ho studiato perché ho giocato alla Play, sì. Non ho studiato perché volevo andare all’allenamento.
Ma come si fa a fare tutto?

La quarta ora passa in apnea. Non te li ha controllati, gli esercizi. A Lorenzo sì, e ora è lì al banco che sembra gli sia passato un camion sulla faccia. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Sarà che la Ricciardi ha pensato che gli avesse copiati e aveva quel ghigno tipo “a me non mi frega nessuno” e ha deciso di schiacciare il povero Lorenzo.

Scatta la quinta ora e la cappa plumbea sopra le vostre teste sembra sciogliersi.
Musica. Cavolo: non hai portato il flauto. Cavolo, cavolo, cavolo. Sai che c’è? Cazzo. Oh, l’hai detto. Luca ti guarda e scoppia a ridere perché l’hai detto a voce alta.
Il Guidi però è difficile che si arrabbi, al massimo ti dice di stare attento e allenarti con solfeggio.
È un po’ rincoglionito però è buono.
Si è conquistato tutti quando è entrato in classe a Gennaio (ha sostituito la Bucchia che si è rotta tipo 6 volte il ginocchio) e vi ha fatto suonare la sigla dei Simpson proiettando l’episodio sul muro.

“Taaa, ta, ti ti, ta. Taaa, ta.” Procedi col solfeggio.
Basta, non ce la fai più a metterti così in ridicolo.
Controlli l’orologio in alto trenta volte ma il tempo sembra passare lentissimo, come se a forza di prendere fiato per soffiare dentro quei flauti, i tuoi compagni stessero trattenendo anche i minuti.

Poi, proprio quando hai smesso di contare, ecco che BOOOOOM, un’esplosione.
La campanella vibra e ti sembra che ti possa spogliare da tanta felicità ti mette addosso.
Potresti andartene nudo col pisello che svolazza e continuare a fare taaa, ta, ti ti ta, ma sai che sarebbe la via diretta per l’espulsione (anche se entreresti nella storia della scuola e tutte quelle di terza parlerebbero del ragazzo che ha rimediato alla dimenticanza del flauto in modo tutto suo ma spettacolare).

Ma cosa succede, ora? Sì, ora nel momento più felice del mondo si insidia, forse passando dall’orecchio, un fastidio. Di quelli che proprio non puoi ignorare.

Perché a te, alla fin fine, andare a scuola piace.
Piace incontrarti con gli altri ragazzi sulle scale prima di entrare, cercare conforto tra chi non ha studiato, far vedere che te almeno qualcosa sai ( le parole in grassetto), parlare con Lorenzo, ma non solo.
Ti piace ascoltare quando la Ferrari è in forma e tira fuori dei paragoni tra i Romani e Call of Duty.
Ti fa impazzire vedere che il tuo risultato di un problema coincide con quello scritto sul libro e ti domandi perché tutto il mondo non sia fatto in numeri e segni aritmetici.

A te andare a scuola piace, ma non capisci perché ci deve essere tutta questa dittatura della paura, del ricatto, del giudizio estremo.
No, non vuoi dei professori amici. Ma delle persone che ti trattano come persona, che ti facciano innamorare di un teorema, di una regola grammaticale; persone che ti trattino come una persona perché non dici solo cazzate, non fai solo battute, perché pensi e hai pensieri e li vuoi dire con forza e vuoi che qualcuno si prenda la briga di ascoltarti.

Che questa scuola ti sembra una prigione, ma tu ne sei sicuro che basterebbe poco per trasformarla nella Gardaland dell’apprendimento.
Non si può davvero imparare senza avere la paura costante del voto, senza sentirsi terribilmente sbagliati se un compito va male?

Domani riparti. Cinque ore. Quella sensazione alla gola ti riprende ma te sei più furbo.
Stasera vai a mangiare da nonna e lei si guarda canale cinque tutto il santo giorno.
Che furbo che sei: su Canale cinque parlano solo del matrimonio del principe pazzo.

E quel morso alla gola può anche prendere la strada per casa sua perché te non vuoi più dargli importanza.
Ora parte l’estate, debito o non debito, e quella prigione senza ora d’aria se ne starà vuota.
Ma a settembre torno, le vuoi dire.
Non ti lascio sola, non ti preoccupare.