FUOCHI D’ARTIFICIO IN VIETNAM- STORIE DI VIAGGIO E ANGELI

[FUOCHI D’ARTIFICIO IN VIETNAM. *Lettura lunga, forse noiosa. Sconsigliata a chi ha fretta e non crede negli angeli]

Incontrai queste bambine in un paesino del Vietnam di cui non ricordo nemmeno il nome.
Come mi piaceva fare, avevo deciso di andare in posti lontani da quelli conosciuti, quelli che si devono fare per poi mettere un’iconica foto su Facebook.

Ero giunto di notte, l’unico hotel che trovai aperto mi sembrò sporco e spaventoso; corridoi lunghissimi e bianchi, una moquette rossa macchiata, chissà da cosa, in diversi punti e soprattutto il rumore cigolante delle pale dei ventilatori che echeggiavano nel vuoto.

Fu la fame a spingermi in strada. Credo di aver girato senza meta per almeno dieci minuti prima di accorgermi che stavo facendo sempre lo stesso giro.
Un incrocio di cavi elettrici, una strada buia ricoperta di lamiere, un gruppo di uomini seduti all’esterno di un bar che bevevano incrociando le voci.

Poi lo vidi. Vidi un angolo che era stato nascosto ai miei occhi. Un albero lo sovrastava, proteggendolo dallo smog e dal rumore dei clacson e dei motori.

C’era tre sedie, rosse, un cane con due dita di pelo e il naso infossato nel terreno.
Una bancarella in alluminio fu la rivelazione.
Con un euro e mezzo poteva darti un piatto di riso o un panino con dentro un composto che agli occhi non interessava ma al mio stomaco apparì come una scintilla di luce.

“Uno di questi, con la salsa piccante” chiesi.
Quella scintilla mi venne messa messa in mano da una signora che aveva gli occhi di chi parla senza usare la banalità del linguaggio.
Mi diede il mio panino e uno sguardo da nonna. Non so spiegarlo meglio.

Mi sedetti su una delle sedie rosse, piegato sulle gambe aperte e con il primo morso staccai mezzo panino.
La salsa colò giù come una cascata e mi sentii felice.

Ero lì, fermo su una sedia, il mondo impazzito di motorini, macchine, autobus che spostavano famiglie vietnamiti, pezzi di vita lontani dalla mia, cerchi di esistenze che ora, solo ora, con la bocca aperta su quel panino, potevo vedere.

Non feci in tempo ad ordinarne un altro che la signora me ne mise uno identico sotto il naso.
Ringraziai alla sua maniera. Con gli occhi.

Una famiglia, un’intera famiglia composta da moglie marito e due bambini mi passò davanti in motorino.
Lui, il padre, era alla guida, la moglie lo cingeva da dietro. Un bimbo in piedi e l’altro stretto alla mamma.
Non erano quattro persone, ma un unico organismo integro e inscindibile e che, dalla mia posizione privilegiata, mi sembrava perfettamente normale ma sopratutto felice.

Finito il panino, arrivarono loro. I capelli scuri, legati all’indietro. La risata servì loro come una presentazione.
Erano angeli, dovevano per forza esserlo.

Sorridevano senza sosta mentre io rispondevo col mio, di sorriso, che non poteva eguagliare la loro potenza.
Mi accorsi che erano vestite di bianco e in quell’angolo protetto dalla natura sarebbero potute essere anche scambiate per dei lampioni, delle lucciole, delle lanterne.

Qualcosa di luminoso per certo.

Passammo dieci o venti minuti a parlare nel modo in cui la loro mamma, la mia chef, mi aveva insegnato.
Sguardi pieni, frizzanti, incendiati dalla gioia.
Loro aggiunsero il tocco bambino della risata incondizionata, del sorriso sincero, del contatto diretto.

Sentii che potevo comunicare con loro solo con la foto di mia nipote. Gli mostrai dei video in cui accennava a camminare, in cui mangiava un’anguria, in cui si arrabbiava per poi scoppiare a ridere.

E così fecero loro.
E sono sicuro che una qualche famiglia che sfrecciava da quelle parti in motorino tutta attaccata insieme avrà pensato che in quel paese senza nome del Vietnam, in un angolo circondato dalla natura, qualcuno avesse avuto la brillante idee di accendere fuochi d’artificio.