Ho scoperto la felicità quando ho iniziato a viaggiare

Ho scoperto la felicità quando ho iniziato a viaggiare. È così. Perché ci sono cose su cui non puoi discutere, cose su cui non hai dubbi, né incertezze. Sono lo zoccolo duro della tua esistenza. Ed io, sì, ho scoperto la felicità quando ho lasciato libera espressione a me stesso ed ho iniziato a viaggiare. In quest’articolo dicevo che è necessario trovare le palle per viaggiare da soli. Oggi, mi piacerebbe scrivere che non importa viaggiare necessariamente da soli, non importa neanche viaggiare per forza in Giappone e o in Alaska, ma se hai quel seme dentro, fallo fiorire. Viaggia, viaggia, viaggia. È l’antidoto contro i tanti mali della vita e il grande balsamo della felicità. Perché è lì, in viaggio, mentre ogni certezza crolla che si scopre la nostra natura. “Le nostre valigie erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada è la vita” diceva Jack Kerouac.
La strada è la vita e ormai ne sono convinto: la felicità si apre in coloro che hanno il coraggio di essere sulla strada. Questa è la vera differenza. Esserci dentro o no. Prendersi la responsabilità o no. Ma facciamo un passo indietro. Se segui questo blog e la mia pagina facebook, sai che ho iniziato un progetto che parla di tre cose: i libri, i viaggi e la felicità. L’ ho chiamato Happiness on the road. On the road, già. Sulla strada. Ricordo ancora quando appena sedicenne mi ritrovai all’aeroporto di Parigi per ritornare in Italia da un viaggio in Giordania fatto con i miei. “Mamma, io voglio viaggiare” “Certo” rispose, gli occhi che dicevano -solo in posti sicuri e se mandi 10 messaggi al giorno” “Tra due anni finisco il liceo, poi faccio l’università, un anno d’Erasmus, poi imparo bene bene l’inglese e viaggio un altro po’” Nel mezzo dello svenimento mia madre accennò un sorriso, ma ormai la scelta era fatta. Avrei dedicato la mia giovinezza al viaggio. E così feci.  Certo, non sono mai stato un’avventuriero, un Indiana Jones senza paura. Io me la faccio addosso appena vedo un cane sciolto, una strada buia, un tipo con un segno nel viso che subito immagino sia un galeotto.
La prima tappa fu un mese a Montéreal, in Canada. Quella fu una felicità fatta d’imbarazzo. Parlavo poco e male inglese, l’appartamento dove vivevo insieme ad altri 5 ragazzi era bello ma aveva l’unico difetto di essere ricoperto da bottiglie di birra. Passai un mese e mezzo a spiegare loro che non aveva senso lasciare la pasta in cottura per 18 minuti e che capivo meglio se evitavano di mischiare il francese con l’inglese ogni due minuti, spesso anche nella stessa frase (N.B Montéral è una città bilingue dove quasi tutti parlano correttamente l’Inglese e il Francese) Ma il primo indizio di felicità lo trovai lì, nel cortile di quell’appartamento mentre ragazzi canadesi reggevano ettolitri di birra ed io dopo la prima mi sentivo svenire. Mi scoprii, quasi per caso, una gioia nel petto poco spiegabile a parole, men che meno sul momento con quella macarena di lingue che avevo in testa. Lontanissimo da casa, con gente appena incontrata e alticcia che mischiava lingue ed alcool, mi sentii appartenere al mondo. C’ero io, seduto sul selciato di legno, nel cortile verde e pieno di cose accatastate. Io, con la mia birra in mano, gli occhi che guardavano al cielo e questa dose di libertà che avrei cercato con tutto me stesso negli anni a venire. Ho scoperto la felicità quando ho iniziato a viaggiare perché il viaggio possiede milioni di qualità ma la più grande, forse, è quella di metterti in crisi. Una crisi che tocca gli aspetti più profondi e mette alla prova la certezza fasulla che ci portiamo dentro. Il viaggio mette in dubbio chi siamo. L’ho scoperto durante l’Erasmus, quello promesso a mamma. Granada, la Spagna, la birra più tapas ad un euro e mezzo. Il ripartire da zero, anche. L’Erasmus non è solo un anno fuori casa, fatto di feste, alcool e perdizione. Può essere, ma non solo. Può anche essere un anno particolarmente tosto, dove devi imparare l’arte dell’aprirti agli altri, di leccarti le ferite da solo, di trovare te stesso senza gli incoraggiamenti dei genitori o della famiglia. Ci sei te, il tuo anno da sperimentare, mille ansie e sì, una festa al giorno. Ho scoperto la felicità quando ho iniziato a viaggiare perché il viaggio modifica il tempo e ti dice sostanzialmente una cosa. Che la vita non è un libro scritto ma una storia da scrivere. E, sebbene faccia paura, la penna in mano ce l’hai tu. Il viaggio non ti rende felice, certamente non tutti i viaggiatori sono felici. Ce ne sono di persi, di scemi e anche di stronzi. Ma il viaggio ti dà la grande possibilità di uscire da quello che è il tuo ruolo, la tua maschera che magari manco di accorgi di indossare tanti sono i condizionamenti. E allora, quando vivi il viaggio come una grande possibilità di liberarti da tutto il falso che hai addosso, scopri la felicità.
Quella che ti parla e cavalca insieme a te; che ruggisce nel petto e tocca tutti senza distinzioni. Ho scoperto la felicità quando ho iniziato a viaggiare perché in Asia ho imparato che la distanza che pensiamo esistere tra noi e gli altri è una barriera di sola paura e che basta un sorriso per spazzarla via. Ammassi di strade sporche, gente in motorino che manco a casa mia a natale, carne appesa, mercati fluo e l’assurdo che ti sta ad un palmo dal naso. Ma il senso a tutto questo lo trovi nelle persone. Sporche, scalze, sdentate che ti aprono casa, ti invitano a cena, ti fanno foto, ti danno un amore che è eterno e sopratutto umano. Ce ne sarebbero tante altre di storie e di motivi per cui viaggio e felicità se ne vanno a braccetto dentro di me, ma va bene così. Perché la felicità non si fa con le parole, ma la devi sentire addosso come pioggia che sconvolge. È ovvio che la felicità la puoi scoprire anche se passi tutta la vita nel paesino di 100 anime; è una questione interna. Ma il viaggio ti permette proprio questo: di guardare dentro e finalmente iniziare l’unico viaggio che davvero conta e per cui non servono nemmeno biglietti. Risvegliare il vero noi!

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