Per chi si sente acqua e fuoco

È un equilibrio difficile, precario. Un equilibrio che viene quasi sempre sconvolto, tanto da lasciarti col fiato corto e con addosso un moto d’angoscia.
Non so voi, non posso certamente parlare per tutti: qui, su questa bella cosa (perché è bella, vero?) di ChapterZero (che nel tempo è diventato anche Happiness on the road), insomma qui nel mio spazio virtuale ho sempre sciorinato idee personali, riflessioni proprie di una mente mai doma e volenterosa di scoprire, capire e, sopratutto, di lasciarsi investire da quest’altra cosa bella che è la vita.

Come al solito, mi dilungo. Dicevo: non so se è per tutti, ma io vivo questa eterna lotta tra due forze che mi stritolano. Quale? È presto detto: quella tra il fare, l’incendiarmi, il partire e lo stare fermo, il calmarsi, il ritorno a casa.

Basta un odore, un cielo trapuntato di stelle (quanta poesie, eh?) per sentire nel petto la sensazione di appartenere ad altre terre, altri nidi; per innescare nelle meccanica intricata della mia mente dei meccanismi di creazione. Inizio a pensare a progetti, nuovi orizzonti e slanci pindarici che hanno a che fare con l’arte, i libri, le parole, il viaggio, il mondo, gli altri e tutte le altre cose che inglobano l’incontro.
Nella mia epoca romantica da diciannovenne ho scritto un libro dal titolo decisamente troppo smielato: Un viaggio nell’anima, storie di incontri, che ad oggi vedo come una sorta di embrione di quello che già si agitava dentro.

Incontrare: non importa chi o cosa. Potrei dire tutto. Questo è il bello di quanto sei in fiamme: tutto è benzina. Una persona (certo, ovviamente), un albero (cazzo, sono innamorato degli alberi), un qualcuno che vive al di fuori, che spende il suo tempo in qualcosa che non conosco e mi costringe a fare quel passo tra me e il conosciuto e lui con il suo bagaglio d’ignoto.

Ma quanto è bello sentire dentro quel momento di sospensione dal mondo che ti coglie quando stai per sbattere addosso a qualcosa che non consoci?
Nessuno potrà mai cancellarmi dalla testa la prima lezione all’Università di Granada, l’anno dell’Erasmus.
Quelle parole che uscivano dalla bocca della professoressa come fossero rose; investito da esplosioni di colori e musica e il corpo che risponde agitandosi, muovendosi, a sua modo, ballando.

E quanto è bello avere un’idea che rende giustizia a te stesso, che mette in ordine i tuoi movimenti interni e che quando la trovi ti viene da dire: sì, è quella giusta.
Come quando è nata nella testa la pazzia di Happiness on the road. Perché sì, per pensare di prendere un’ape, metterci dei libri e andare in giro a parlare di felicità un po’ di pazzia ce la devi avere. Ma quanto è bello, quanto è bello…
Vivere nel mondo delle cose che si creano, sentire il rumore delle cose che inziano (titolo rubato ad Evita Greco) e catturare negli occhi il loro sbocciare.

Ma c’è anche l’altro lato, l’altra faccia della medaglia. Io così non riuscirei a vivere. Non riuscirei a stare solo nel mondo di chi fa, di chi lavora e produce, anche se si trattasse della cosa più bella del mondo.

C’è una necessità interna che mi obbliga a chiudermi, ad isolarmi da tutto e tutti. Una molla che invece di farmi saltare in aria, mi spinge a buttarmi a terra, mettermi in disparte e, per una volta, godermi lo spettacolo.

È una sorta di dimensione interna a cui non potrei rinunciare, come un letto su quale sdraiarmi per poter vivere tutte le bellezze che esistono.
Ditemi che non sono il solo, vi prego.
Ditemi che non sono solo io a sentirmi così in contrasto; ad amare le persone e a sentirmi soffocato se ci sto troppo tempo insieme; ad aver necessità del viaggio e la stessa necessità di tornare.

Ad aver necessità, alla fine, di quel punto che dà il nome a questo Blog. Un capitolo zero, un punto appena prima della porta che ti butta nel mondo. Un nascondiglio, forse.
Ma mi sono accorto che esiste una grande gioia anche nell’esistere. E forse una ancora più grande nel non resistere.

Non resistere alle complicazioni, i cosiddetti problemi; non lottare. Abbandonare la voglia di vincere, di arrivare, di creare.
Per tanti potrebbe equivalere a non esistere più, ma credo che questo sia un requisito necessario per entrare nella vita. Perché la vita si compone anche di momenti di silenzio, di passeggiate in un bosco, sulla spiaggia, di tenere sul petto tua nipote mentre dorme e sprofondare nel suo respiro.

Mi viene da dire che questo passo di lato è necessario per essere capace, poi, di fare un passo verso, per accogliere l’altro, per avere spazio per qualcuno che non sia te stesso.
Quanto è bello stare in compagnia di se stessi e ricevere gli influssi dell’esterno senza diventarne parte.

Anche qui: nessuno potrà portarmi via la bellezza di esistere che ho provato quando ho guardato certi tramonti (sì, sono troppo sdolcinato per non infilarci i tramonti). E non importava pensare, giudicare, incasellare ma solo, come in tutte le cose belle, bastava esistere.

In spagnolo c’è una espressione fantastica che mi diceva sempre il mio coinquilino. Lui la usava per convincermi ad ubriacarmi e passare la notte fuori a bere anche benzina, ma il senso rimane.
DEJATE LLEVAR. Dejate llevar, Marco. Lasciati trasportare. Lui esagerava, ma quanto è bello, quanto è bello…

Siamo fuoco e acqua. Acqua e fuoco.

Insomma: questa è la lotta che mi spinge fuori e dentro, avanti e indietro. Ma è una lotta che mi piace perché mi spinge ad essere sempre in viaggio.
Siamo giunti alla fine di questo articolo con poco senso e decisamente troppe parentesi.
Ma ogni tanto è bello anche fare come ci pare e, come diceva il mio amico de borracheras, lasciarsi trasportare.

Ultima cosa: ma quanto è bella la vita, quanto è bella….

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