Siamo molto di più di quello contro cui combattiamo

L’esigenza, si sa, è sempre la stessa: scoprire chi si è. Da questa necessita parte la solita ricerca. Chi siamo, cosa siamo?
Il buio che ci sentiamo addosso ci spinge a cercare là, nei chiodi ben piantati della società, degli appigli sicuri.

Ecco che diventiamo ciò che pensiamo, il nostro lavoro, il nostro bagaglio culturale, esperenziale. Diventiamo i nostri figli, la nostra macchina, il possesso, qualsiasi esso sia.
Diventiamo qualcosa, finalmente.

Si potrebbe in un modo molto brutto riassumerla così, la nostra vita: la ricerca di un’identità. Come se non averla ci facesse sentire in apnea, chilometri d’acqua che ci schiacciano sopra la testa.
Padre, madre, figlio. Avvocato, studente, intellettuale. Destra, Sinistra. Vegetariano, vegano, carnivoro.
Ogni elemento acquisito è un tassello di un puzzle che costruisce noi stessi, ci crea, ci misura.

Poco importa se tutte queste cose sono bolle d’aria, concetti riempiti di nulla, se non di aspettative.
No, noi vogliamo essere qualcuno, qualcosa. Vogliamo respirare. Chi se ne importa se è aria tossica, piena di merda. Noi respiriamo a pieni polmoni, qualche scossa di tosse, e via nel mondo a mostrare fieri il viso di chi è diventato QUALCUNO.

Cazzo, che scemi. È facile vedere la scemenza in questo processo. Si capisce immediatamente che è una corsa desinata  a sfracellarsi contro un muro, eppure continuiamo a correre, incuranti del sangue, del dolore, di tutto.

Ma oggi, ma in realtà -o forse, non lo so- da sempre, oltre a continuare a perpetuare questo meccanismo folle, ne abbiamo instaurato un altro. Perché noi o le cose le facciamo per bene, o non le facciamo.
Questo è un meccanismo più infimo, silenzioso, che ci gonfia i muscoli e il petto.

Abbiamo iniziato a definirci nel modo più assurdo che esita: ci definiamo per essere contro.
Affermiamo la nostra esistenza perché siamo in opposizione contro qualcos’altro.

Ma essere contro, non ci dà forma, ma ci riversa addosso solo odio.
Se avere una forma è necessario, credo che sia fondamentale iniziare a scolpirci per ciò che vogliamo portare nel mondo e non per quello che non vorremmo che ci fosse.

Essere contro la guerra, non è portare la pace. Così come essere non malati, non significa essere sani.
Non possiamo combattere l’infelicità, ma solo agire per la felicità, dove “agire” è sempre di più un lasciar andare, fiorire.

Il punto è questo: pensiamo di aver bisogno di un nemico. Come se per esistere si debba avere qualcuno o qualcosa da sconfiggere. La lotta dà senso al nostro stare al mondo, ci regala un ruolo, forse ancor meno faticoso di quello dato dal dover raggiungere una posizione.

Tutti siamo contro qualcosa. In un modo che sembra impossibile, ma lo siamo tutti.
E capisco già cosa possa venir in mente: ma, insomma, io sono contro la violenza. Mi sembra giusto esserlo!

Forse, ma si è contro la violenza perché si vuole il rispetto, l’armonia, o si è contro perché così ci creiamo un immagine di noi giusta, equilibrata, da brava persona?

E poi: se sono contro la violenza, non la sto incrementando? Non è questo in piccolo il paradosso mostruoso del portare la pace con la guerra?
E poi (2): chi genera rispetto ed espande armonia, implicitamente non ha già azzerato la violenza senza il bisogno di combatterci?

Quanti altri esempi si potrebbero fare!
Si tratta qui di iniziare a vedere che bisogna coltivare ciò che si vuol veder crescere e non tirare il diserbante sulle erbacce. Perché poi ci si ritrova con un campo spento, vuoto.

Quindi, definirsi diventa un puro gioco d’illusioni, creare artifizi, maschere. E rendersi conto delle migliaia di maschera può essere orribile. Ci si ritrova nudi, persi, vuoti. Si capisce del valzer delle finzioni a cui partecipiamo.
Non c’è da sentirsi in colpa, non serve a molto. Bisogna capire il meccanismo di base. E poi intervenire per modificarlo.

Di quale modifica c’è bisogno? Della solita: la consapevolezza di noi. Così ci accorgiamo di come cerchiamo di definirci con gli altri in base a ciò che facciamo, speriamo di impressionare le persone per quello che abbiamo raggiunto, per il modo in cui parliamo, per il vestito tarocco ma che sembra vero che portiamo. Basta rendersene conto, nel momento in cui avviene. Come gatti che aspettano il topolino per saltarci addosso, noi ci mettiamo lì a guardare i giri matti dei nostri pensieri.

Perché una volta visto questa meccanica interna, ecco che si diventa più leggeri e potremmo smetterla di combattere, di lottare contro le brutture di questa vita.
E quando ci sarà bisogno di definire ciò che siamo per necessità dialettica, istituzionale, definiamoci per l’amore che portiamo appresso, il sogno che ci infiamma, la visione per un mondo più bello che ci sostiene.

Impariamo ad essere stelle, entità animate da una luce propria.
Il mondo ci ringrazierà per tanto splendore.