Le 4 A per un anno verso la felicità

Ci voleva un nuovo anno, il 2018, per ritornare a scrivere. Ho sempre usato il blog come un punto di ritrovo, d’ordine.
Happiness on the Road ha stravolto tutto e solo ora, lentamente, torno a scrivere. Qui e altrove.
Ho deciso di iniziare con quattro punti, quattro A che se ben vissute sono sicuro che indirizzeranno l’anno nuovo in una direzione meravigliosa: quella della felicità.
Che poi, alla fine, mi sa che ci arriveremo comunque. Meglio accelerare il viaggio, no? 

Non credo nei buoni propositi che si sfracellano il dieci di Gennaio. Credo nelle scelte, quelle giornaliere, che possano innescare un vero cambiamento, una rinascita. 

Tutti gli anni ci troviamo davanti alla sensazione che questo sarà quello decisivo. I nostri obbiettivi ci sembrano raggiungibili e iniziamo ad andare in palestra, a mangiare più sano, a leggere di più o a studiare meglio.
Ma nel fare questo ci imbattiamo in un grande, enorme problema: Non riusciamo ad essere costanti.

Il punto è che tutto questo è perfettamente normale. Certo, è normale non riuscire a mantenere fede ad un’idea perché appunto è solo un’idea. Sarà sempre la solita banalità, ma il cambiamento si incendia da dentro.
Ce l’hanno detto in milioni di modi, eppure non lo capiamo. Cambia te stesso.

Allora, per questo 2018, proviamoci: iniziamo a cambiare noi stessi. E queste, signori miei, sono le 4 A per un anno dove la felicità esploderà ovunque, tipo capodanno cinese impazzito.

1- Ascoltarsi

La prima A è basilare, come le tabelline. Anche questa bella utilizzata in ogni campo. ASCOLTARSI. 
La prima miccia di fel

icità s’innesca nell’ascolto di quel motore che ci muove, anima e scarrozza nel mondo. Si porge l’orecchio, tutti zitti, e s’ascolta. Ascoltare, infatti, è il primo passo, quello che può mettere in dubbio ogni cosa. Forse proprio per questo non lo facciamo mai.

Parliamoci chiaro: noi lo sappiamo cosa fa per noi. Noi lo sappiamo cosa è che ci apre la mente, ci fa ballare la rumba al solo pensiero. Sappiamo un mucchio di cose. Il problema è che queste cose sono sempre di traverso alla strada dritta e impostata che la bella signora chiamata SOCIETÀ ha disegnato per noi.

L’ascolto ci dice che in quest

a vita bisogna percorre sentieri che sanno di mistero, non convenzionali e sempre a piedi nudi.
Con le scarpe di un altro la strada diventa noiosa, magari un po’ più facile, ma tremendamente noiosa. E per di più il passo non lo decidiamo noi. Siamo sicuri che sia vita questa?

Allora, se proprio è la felicità che vuoi, fai silenzio. Zitto, non parlare. Chiudi gli occhi e metti in moto l’orecchio. Non lo troverai appoggiato sul lato dell’ovale del viso; sarà sempre nascosto, appena prima di ciò che ti fa davvero paura.

La prima A è quella dell’ascolto. Presi nella fretta di terminare la giornata sani e salvi andiamo a mille all’ora.
Ascoltare vuol dire fermarsi e realizzare che stiamo correndo una gara contro nessuno su un tracciato che non esiste.
Ascoltarsi vuol dire lasciar spazio, porre l’attenzione, farsi piccolo per poi scoprire che le cose davvero belle, quelle davvero grandi sono sempre lì, dentro, e vogliono solo qualcuno che le ascolti e gli dia la poss

ibilità di nascere.

2- Accogliere

La seconda A è quella di Nonna Maria. Accogliere, accogliere tutto. Nonna Maria è una signora in carne che ha passato i 78 anni della sua vita sfrecciando dal frigo ai fornelli, tagliando cipolla e riducendo a dadini un centinaio di tonnellate di pomodori pachino. Una dea rugosa e magnifica della cucina.
Per Nonna Maria non importa se sei su

un’improbabile Nonna Maria

o figlio, suo nipote, il cane, un passante che non c’entra nulla, un poveraccio con le ciabatte o un ragazzino incamiciato. Nonna Maria ti apre le porte di casa, ti mette su una decina di caffè e ti riempie di melanzane gratinate e pasta al forno.
L’accoglienza fatta a persona.

Ora il problema (che per il tuo stomaco è una fortuna) risiede nel fatto le Nonne Marie di tutto il mondo stanno scomparendo e che ad accoglierci il più delle volte c’è una porta di marmo fredda e dura che ti rompe il naso.
È ovvio quindi che quella Nonna Maria devi essere tu. 

Accogliere tutto ciò che siamo significa lasciare la porta di casa senza lucchetto. Ora lo so che siamo tutti un po’ Matteo Salvini e che abbiamo paura che qualcuno possa entrare e rubarci dentro (chissà cosa poi), ma se non accogliamo quel che si presenta sull’uscio di casa, rischiamo -una volta aperta la porta- di ritrovarci sommersi da tutte quelle cose che abbiamo stipato fuori.

La felicità nasce nell’accogliere, nel farsi amico ciò che accade, quel che incontriamo.
Diventare le Nonne Maria della “nostra” vita e riscaldare tutti quei problemi che tanto ci spaventano.
Perché a lasciarli fuori quelli si arrabbiano e diventano giganti.
Roba che non riesci a sfamarli manco con tre piatti di melanzane alla parmigiana.

3- Accettare

Ma non è ancora finita. La terza A è tostissima e quella che mi fa più dannare. Accettare. E no, non con l’accetta ma con quel motore unico di cambiamento piazzato sopra il petto che dopo aver ascoltato e accolto, impara ad accettare.

Accettare le cose che non ci piacciono, le persone che non sono come vorremmo che fossero, le situazioni che non vanno come dovrebbero andare. Ovviamente secondo noi.
Ma accettare è l’unica vera forma di intelligenza. 

Chi non accetta, rifiuta l’unica cosa reale che possiede per rifugiarsi in un mondo che non esiste definito dai suoi desideri egoistici ed egocentrici.
Chi non accetta s’ingabbia e non se ne rende neanche conto.
Accettare è l’unica strada. E questa cosa la dico proprio con convinzione. Perché accettare più che la strada è l’unico modo per permettere ad un passo di iniziare un viaggio.

Qualsiasi cosa accada, accettala per quello che è. Perché se non la si accetta, si soffre.
È matematico, scientifico, provato. Come la pioggia il weekend, il brufolo il primo appuntamento, la febbre il giorno della partenza.
Fintantoché non accettiamo che il mondo non gira secondo i nostri dettami, ma segue una meccanica ben più grande e profonda di noi, soffriremo. Perché le cose, le persone e le situazioni non potranno mai essere ogni volta che noi le vorremmo.

Quindi, per questo anno, accetta. Accetta come se ogni cosa l’avessi scelta. Che poi -ed ora non voglio fare troppo il new age– c’è una grossa possibilità che sia davvero così.
E allora, basta: accetta. Accetta quel che è, qualsiasi situazione sia. Rimanda la lamentela e smetti di combattere. 

4- Amare

 

E qui ci siamo. Questo è l’ultimo punto, l’ultima grande, immensa A. Dopo aver dato ascolto a te stesso, aver accolto e poi accettato, è il momento di passare all’azione nel modo più semplice del mondo: amando.

Semplice, già, ma non facile. La quarta A è, infatti, AMARE. Se tu dovessi pensare a tutti i momenti in cui hai sentito la felicità premerti addosso fino a farti venire le lacrime, sono sicuro che era un momento d’amore.

Mi giocherei tutto quel che ho (neanche troppo, in realtà. Sono un tipo prudente) sul fatto che c’era amore.
Lo si poteva vedere ad occhio nudo, a un miglio di distanza, a un clichè qualsiasi su come era facile vederlo.

C’era amore e tu lo sentivi e anche se non lo vuoi ammettere hai associato la felicità più profonda a quel sentimento lì che tanto fa scrivere, sognare e cantare tutti, persino Arisa.

Come diceva uno scrittore da due soldi:

La felicità è amore, nient’altro. Felice è chi sa amare. Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa senta se stessa e percepisca la propria vita. Hermann Hesse

La felicità è amore, nient’altro. Capito? E non lo dico mica io, un tipo con una libreria itinerante e troppe parole in testa.

Impariamo a dedicare la nostra vita all’amore, riducendo l’ostilità nei confronti dell’altro, verso anche noi stessi.
Impariamo a lasciar andare la paura e a far spazio all’amore. Perché il cuore è una stanza dove può convivere solo una delle due.
Impariamo a vedere l’amore in tutte le sue forme mentre passeggiamo. Una carezza, una parola gentile, un aiuto, un diverbio che nasconde il bene.

In questo nuovo anno proponiamoci di interessarci all’amore nella sua forma più pratica: amando. 
Dove amare è aprire le nostre porte chiuse, tendere un filo tra noi e gli altri invitandoli a tenerlo, senza paura che si possa rompere.

Ecco: queste erano quattro A  ma in realtà ce ne sono molte di più. Abbracciare, avvicinare, accudire…

In qualche modo, però, queste quattro A mi sembrano le fondamentali, quelle che davvero possono aiutarci nel riscoprire una felicità piena.
Immaginate di alzarvi al mattino, ascoltare ciò che sei davvero, accogliere e accettare la tua situazione attuale e poi amare. Amare tutto, anche ciò che ti fa soffrire. Forse la felicità non si può definire, ma credo che queste A messe in pratica le vadano vicino.

Ma attenzione: non prendete queste parole sul serio. Troppe parole e schemi possono diventare gabbie.
Prendetele, se vi va, come parole che possono ispirare, avvicinarvi a cose che tanto già sapete ma che non fa male rinfrescare.

Vi auguro un anno all’insegna di voi stessi. 

Un abbraccio,

Marco