Fare ciò che ci piace ci rende felici?

Eppure sembra così logico. Mi piace fare qualcosa X, la faccio e il risultato è ben servito: sono felice. 
Sì, tutto perfetto, ma c’è un problema. Grosso abbastanza da dover prestare attenzione, altrimenti finisce che ci si picchia la testa contro proprio quando stiamo andando al massimo della velocità.
E son dolori, dopo.

È ovvio che fare ciò che ci piace ci stimoli, ci riempa, ci calmi quell’ansia famelica alla bocca dello stomaco e ci allontani un po’ da tutti quei parassiti mentali. 
Quando facciamo qualcosa che ci piace, qualsiasi esso sia, ci sentiamo immediatamente più un forma, più vivi. Riprendiamo colore e speranza. All’improvviso il mondo sembra amico.

E se riuscissimo a fare della nostra passione un lavoro? Sarebbe perfetto, no?
Voglio dire, immaginiamo di poter mangiare la pizza, viaggiare, bersi qualche birra, comprare casa con i proventi della nostra passione. Se ci dovessimo prefissare una vita ideale, sarebbe questa no?

Non più vivere per lavorare, ma lavorare per vivere. E vivere bene, tramite ciò che più ci anima. 
Per lunghi, lunghissimi tratti ho pensato che questa fosse la via suprema per la felicità. 
A metà del percorso, mi devo arrendere. Non lo è, non può esserlo.

Ci sono momenti dove tutto si capovolge e devi ritenerti fortunato se rimani agganciato per un calzino. Fare ciò che ci piace non può renderci felici. A dirla sembra facile, a viverla -e con viverla intendo nel provarla empiricamente, nel sentire di come tutte le aspettative che si portava dietro sono crollate- no. Fa male.

Fare ciò che ci piace ci può dar gioia, eccitazione, entusiasmo, ma non felicità. Quella che non cade al primo scossone, che non risente della paura della perdita.

Ed è qui, per me, che si snocciola la questione.

Se è il fare ciò che ci piace che ci rende felici, allora entriamo necessariamente in uno stato d’ansia. 
Infatti, un pittore potrebbe perdere la mano, un letterato scordarsi tutti i versi, uno scrittore l’ispirazione e un matematico le leggi che fondano la sua scienza e forse la sua vita. La perdita diventerà una presenza vicina e sussurrerà alla nostra “felicità” che da lì a breve si dissolverà nel nulla. Una sorta di nevrosi del fareci riempirà i giorni.

Sarà una felicità ancora, un’altra volta, che poggia radici esterne, un’attenzione spostata, deviata da noi stessi. Certo, sempre meglio che fare ciò che la società o chi per essa ci dice. Sempre meglio di seguire la strada già solcata, il sentiero già intrapreso. Sempre meglio di un lavoro che non rispecchia i nostri ideali, la nostra condotta morale ed etica, i nostri principi che reggono la schiena dritta. Meglio, certo, ma qui si cerca la Felicità e non un surrogato.

La felicità data dal fare è forse la più eccitante, meno profonda di quella data dalla dimensione degli affetti, ma forte uguale, talmente forte che ci può fare credere che dovremmo dedicare la vita a lei.

Se fare ci rende felici, quando non potremo più fare non lo saremo più. Da questo non si scampa. Potrebbe riferirsi a questo la grande crisi che colpisce le star sportive che si ritirano o più banalmente il pensionato che non riesce a smettere di lavorare? Conosco un fabbro di 80 anni, lo stesso che ha costruito la struttura in ferro della mia ape. Ottanta suonati, il fisico di un ragazzino, la passione feroce e l’incapacità di smettere. -Mi sento perso se sto a casa- mi ha detto. 
Dove si colloca la felicità in questo contesto? Certo, sarà molto più “felice” dei suoi coetanei (quelli ancora in vita, s’intende) che passano le giornate a bersi il bar, ma essere più felice di qualcuno non significa essere felici, semplicemente mento persi.

Poi c’è un secondo punto che mi pare importante in questa ballata: se fare ci rende felici, non solo quando non potremo più fare (per qualsiasi ragione) non saremo più felici, ma anche e soprattutto quando Ora non facciamo non siamo felici.

La vita si caratterizza per un’infinità di momenti morti, lunghissimi. Le attese poi sono infinite. In fila sulla tangenziale, alle poste, all’aeroporto, al ristorante. Ecco, in tutti questi momenti d’attesa, in tutti i momenti in cui non siamo immersi nel fare ciò che non ci piace, siamo felici?

Se manteniamo vero la frase: fai ciò che ti piace e sarai felice, alla fine, siamo fregati. Anche se fossimo i nuovi Stachanov non saremo in grado di spendere tutto il nostro tempo nel fare. Diventeremo pazzi. Sentiremo la felicità addosso nei momenti d’assenza, di lontananza dal fare.

In sostanza, seduti su una sedia da soli in una stanza vuota come ci sentiremo? 
Se qualcuno ci domandasse a proposito della nostra felicità, probabilmente sceglieremo di andare alla ricerca del costrutto mentale della nostra vita e risponderemo sì o no a seconda di esso. 
-Soldi, casa, famiglia, faccio ciò che mi piace= felicità
-Mancanza, perdita, distanza da ciò che mi piace fare= infelicità

Ma se improvvisamente non avessimo più memoria dentro a quella stanza cosa sentiremmo? 
In sintesi, cosa siamo aldilà del fare? Cosa siamo aldilà dell’immagine di noi?

Ne bastavano di meno, di parole, per esprimere questa idea. Ma il tranello è dietro l’angolo, magari già in funzione.

Facciamo, costruiamo idee e progetti, contaminiamo il mondo con la parte più bella di noi, ma cerchiamo quel che si nasconde oltre le cose e le forme del mondo. Perché quelle cambiano, sempre. Non possiamo affidare loro la nostra felicità.

Affidiamola piuttosto a quel sentore di noi stessi che sentiamo associato al fare, e non al fare in sé. Lasciamo che emerga in ogni cosa, come un abbraccio che non fa distinzioni.

Sono certo che il fare, qualsiasi esso sia, diventerà ancora più profondo e ogni volta che incrocerà la strada di quel che ci piace, nasceremo sulla superficie del mondo.

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