Lettera aperta e non richiesta a Roberto Saviano sulla felicità.

Qualche tempo fa, sul quotidiano l’espresso, Roberto Saviano ha pubblicato un articolo in risposta ad una domanda di una ragazza. La domanda era una di quelle che ti mettono con le spalle al muro, come solo gli argomenti davvero importanti possono fare.
-Si può essere felici in Italia, ancora?-

Qui il link della risposta di Roberto Saviano:

http://espresso.repubblica.it/opinioni/l-antitaliano/2017/06/28/news/si-puo-essere-felici-in-italia-1.305221

Di seguito riporto una mia risposta alle parole di Saviano con l’intento di guardare la questione da un’altra prospettiva.
Che le cose son più belle se si guardano per intero.

Caro Roberto,

non so se queste parole ti raggiungeranno, ma ci sono impeti che devono essere ascoltati nonostante le incertezze e i timori riverenziali di ogni sorta.
Ti scrivo, e lo faccio nel modo più umile e semplice che conosco. Ti scrivo parole in cui credo come se ti lasciassi parti di me frammentate in lettere e spazi.

Roberto, nel tuo ultimo articolo per l’Espresso rispondi ad una domanda di una ragazza; una domanda impertinente, come dici tu, ma così profonda che a guardarci dentro si possono provare le vertigini:
-Si può essere felici in Italia, ancora?-
Quasi impossibile rispondere ad una domanda del genere. Difficile, difficilissimo farlo a voce, nel mezzo di un firma copie. Un’impresa riuscirci in pochi caratteri su un foglio che si sparpaglia anche su internet, con tutte le declinazioni che una risposta può prendere e le conseguenti critiche che è possibile muoverle.

Rispondi, Roberto, e questo già ti fa onore. La felicità è uno di quei temi talmente universali su cui ognuno ha un suo costrutto mentale che si rischia di cadere nel vuoto ad ogni passo.
Non è possibile essere felici in Italia al momento, dici. Ne sei convinto per ragioni tutte giuste, perfette, lineari come una lama. Ed è per questo che ti dico che non possiamo limitarci a questo tipo di pensiero; a questo tipo di felicità.

-Si può essere felici in Italia, ancora?-
Io ho la mia risposta, ma non mi interessa aggiungere un’opinione su un’altra. Ho il desiderio infantile di confrontarmi sulla tua analisi, rispettando le ragioni che ti spingono ad escludere una felicità dal panorama italiano.

Sarà troppo semplicistico, ma siamo sicuri che la felicità, quella primitiva gioia di vivere, abbia confini nazionali così marcati?
Siamo sicuri che i nostri nonni erano più felici di noi solo per la possibilità di saldare un mutuo, di trovare un lavoro certo e di tutte le altre sicurezze che hanno la consistenza dell’aria?

È da 3 anni che mi sposto oltre il confine delicato e bastardo del nostro paese: Spagna, Irlanda, Portogallo e nel mezzo tanti viaggi fuori e dentro l’Europa. E forse rasenterò ancora una volta il banale, ma io, in Italia, di possibilità per esserne felici ne continuo a vedere.
Ne vedo in Italia, ne vedo ovunque…

-Per sognare non è sufficiente un bel tramonto, uno sguardo innamorato o un luogo pieno di storia-

Non pensi che sta in questo tipo di pensiero distaccato l’ostacolo più grande?
Non pensi che una vita felice sia fatta anche e soprattutto di tanti attimi felici?
Non pensi che la felicità, se è un qualcosa di sperimentabile, possa essere sperimentata solo ora, in questo adesso?

Lo so, queste domande aprono la strada a migliaia di critiche, ma questo è ciò che mi premeva dirti.
Che chi riesce, come dici tu, a declinare la propria felicità indipendentemente da ciò che accade non è un santo o un benedetto, ma un uomo che si è scolpito quel luogo felice dentro di sé a forza di conquiste faticose e di passi verso l’ignoto. E mi viene da pensare che sia un percorso percorribile da tutti.


-Gli essere umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma […] la vita li costringe ancora molte volte a partorirsi da sé-

scriveva la penna folgorante di Gabriel Garcia Marquez.
Ecco, ho l’impertinenza di pensare che la felicità si apre negli uomini che si partoriscono da soli, nonostante la difficoltà di vivere, l’Italia, il mutuo, le mancanze strutturali di un paese e di un mondo che ci spinge tutti sul precipizio di una vita infelice.

Roberto, non posso essere d’accordo con te. E questo contrasto d’idee lo devo ai miei 24 anni, alle possibilità che mi sono state regalate, alla sensazione che i giorni vissuti e da vivere abbiano dimensioni profondissime di cui ne percepiamo solo una scintilla.
Non lo so se è solo una convinzione giovanile, un’utopia che si sfascerà a breve contro il muro della realtà.
So che al momento la vita mi ha regalato un oceano di possibilità per essere felice e, sebbene sembri sempre che questa maledetta Italia ce le stia togliendo tutte, rimango convinto di questa enorme opportunità che risiede in tutti noi.
Sapendo che tu apprezzerai il paragone: l’Italia la prigione, noi i vagabondi tra le stelle.

Basta così, Roberto, ma ci sono parole che nascono e che vanno accudite.
Soprattutto se toccano ciò che ci tieni tutti incollati: la felicità.
Spero che queste parole ti raggiungano e spero che non ti disturberanno. Anche tu, in fondo, scrivevi agli scrittori che ti avevano influenzato, giusto?

Ed io, forse, ho una ragione in più. Perché quest'estate, ho preso un’ape del 79, ci ho messo dentro dei libri e vago per la mia città e i dintorni a promuovere la felicità. Il tuo articolo l’ho preso come un segno.
Capisco cosa dici: della felicità non si può parlare, ma può permettersi il silenzio solo chi già conosce, credo.
È per quello che io sulla mia ape porto libri, storie e il desiderio di riportare la felicità su un piano orizzontale, tangibile.
Perché non vieni a parlarne anche te, a raccontare le storie di chi la felicità l’ha colta nel mezzo di un paese che pare crollare?

Magari rivaluteresti i presupposti secchi del tuo no in cambio di un’apertura verso la felicità.
Anche in Italia.
Anche ora.

Con tutta la mia stima,

Marco

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