“Non lasciamoci che gli altri ci cambino”

Non lasciamo che gli altri ci cambino.

Arrivo a Dublino e piove. Vado in ostello, scosto la tenda e piove. Faccio una doccia veloce, cosa vuoi che faccia un po’ più d’acqua. Esco e piove.
C’è poco da fare: a Dublino la pioggia viene giù e se ne sbatte se sei italiano, mediterraneo e sei solito alzarti la mattina cantando – O Sole Mio-
La pioggia vien giù e te la prendi tutta. Anche perché, col vento che tira, un ombrello dura al massimo 5 minuti e poi diventa una sorta di parabola da piantare sul tetto per vedere Crotone-Sassuolo.
Gli affitti sono cari assassati e capisci subito che qui o trovi un lavoro, o finisci per andare a mangiare cibo di strada. Che non sarebbe neanche male ma poi devi  schivare gli ombrelli spaccati che ti si fiondano addosso tipo frecce.
E insomma, per farla breve, finisco dentro questo ristorante enorme: due piani e mezzo, 50 dipendenti, 500 coperti al giorno che superano i 700 durante il weekend.
Roba da pazzi. A ripensarci mi viene l’angoscia.
Mi prendono in prova: due ordini lisci, tre clienti italiani, due sorrisi alle vecchiette irlandesi che bevono whisky prima di mangiare alle 6 di sera e un occhiolino lanciato a quel gruppo di ragazzine che erano già ubriache prima di entrare.
Insomma, mi prendono ed io entro a far parte di questo gigantesco circo che mi farà girare come una trottola per mesi e mesi.
 Ripeto: roba da pazzi, davvero.

Piove? Marco. Lo chef cucina una carbonara roba da spaccargli i denti e i clienti si lamentano? Marco. C’è poca gente? Marco. C’è troppa gente? Marco.
Mi sembrava di sentirmi chiamare persino di notte. Nei miei sogni vedevo piatti scivolarmi davanti, spaccarsi a terra e i frammenti infilarsi negli occhi dei poveri clienti.
Perennemente sotto pressione: tutti che richiedevano il mio aiuto, il mio intervento ed io che ero lasciato alla deriva come lo sfigato di turno.
Capite bene che anche ad un finto Zen come me gli vengono idee omicide.
Io non lo so il motivo, ma nel mezzo del giorno più duro, mi arrivò questo pensiero:

“Non lasciare che gli altri ti cambino”
Senza accorgermene, stavo cambiando.
Senza che davvero me ne rendessi conto non mi riconoscevo più.
Entravo a lavoro musone, guardavo guardingo chiunque e, sopratutto, avevo iniziato quella pericolosa battaglia interiore che si manifestava con uno storpiamento dei miei comportamenti.
Se potevo, non aiutavo. Se c’era da fare uno sforzo in più per aiutare quello stronzo di collega che mi lasciava sempre nella merda, fanculo, pensavo. Che si fotta.

In breve, avevo lasciato che quel posto mi cambiasse e che lo facesse nel peggiore dei modi.
Ricordo però che quel pensiero che emerse da dentro fu una liberazione.
 Mi ci attaccai, come se fosse un sussurro di umanità in quel frullatore che ci rendeva tutti solo macchine efficienti o, meglio, de-ficenti.
“Non lasciare che gli altri ti cambino”. È stata la mia salvezza.

Lo ricordo come se fosse ora. C’era una birra in attesa sul bancone, il foglio dell’ordine elettronico mostrava impresso il nome del cameriere che lo aveva effettuato.
Il più stronzo tra gli stronzi.
Uno di quelli che pensa sempre– prima io, poi io-
Tentennai. Avrei potuto andarmene, fare finta di nulla e sperare che su di lui piovessero insulti. Assurdo come un contesto possa rivoluzionarci il modo di pensare.
E poi arrivò questo pensiero, mi fiorì dentro bellissimo e semplice.

“Non lasciare che gli altri ti cambino”
Presi quella birra, l’appoggiai sul mio vassoio. Mi avvicinai al tavolo del cliente e sorrisi.
-Guinnes?-
-Yes, please-
Bevi, bevi e lascia un po’ di mancia, pensai.
Ritornai alla mia postazione, sentendo gli occhi addosso di quello stronzetto.
Sorrisi dentro e tutto mi sembrò così stupido. Tutta la mia lotta così assurda.
Mi venne incontro, mi appoggiò una mano sulla spalla.
-Thanks, bro-
-Sta senza penZieri-
Proprio così, risposi.

E insomma, tutto questo per dire che alla fine andiamo a dormire con noi stessi e che noi stessi dobbiamo preservare.
Non si tratta di essere scemi e di lasciarsi mettere i piedi in testa tipo formiche, ma di avere la forza di rimanere noi stessi, nonostante la schifezza che gira nel mondo, i giochi stupidi di potere che ci indirizzano e il vomito che siamo sempre pronti a lanciare verso gli altri.

“Tratta come ti trattano” alcuni sostengono. Come se la nostra crescita dovesse essere necessariamente spinta dall’esterno, da qualcun altro.

 Ed è ovvio che ci influenziamo, che i dolori o lo gioie che ci regaliamo l’un l’altro modificano il modo in cui avanziamo, ma potremmo mai essere davvero noi stessi se reagiamo e basta agli stimoli più bassi che la nostra mente può produrre?

Partiamo dall’ipotesi che ogni bambino, ogni essere che arriva su questa terra abbia qualcosa di unico. Sì, lo so, può sembrare molto poetico, ma mettiamo il caso che sia così. 
Ognuno di noi è venuto qua con qualcosa, un suono particolare perfettamente armonico con tutto il resto.
Col crescere, il bambino incontra altri bambini, incontra le similitudini e, sopratutto le differenze. Succede che, quasi per caso, si accorge che altri bambini sono diversi da lui, hanno una nota più acuta, altri più grave. 
All’improvviso l’armonia scompare, lui si sente isolato dal mondo. Solo, con la sua unica nota che sembra inadatta, sbagliata.
Ed è qui che tutto ha inizio.
 Quel bambino si sentirà violentato dalle note diverse degli altri; penserà che la sua abbia meno valore ed inizierà un lento processo di mutazione che storpierà la sua nota in favore di una copia fasulla di quella degli altri.
Per necessità di omologazione, per bisogno di appartenenza, per reazione alla violenza di chi sembra sempre più forte, più vincente.

Forse è così, negli scontri della vita, che perdiamo la nostra nota e lasciamo che questa si aggrinzisca, si laceri, s’indebolisca.
 E poi susseguono anni alla ricerca di ripulirsi da tutte le gabbia con cui abbiamo cercato di soffocarla.
Non lasciamo che gli altri ci cambino.

Per una volta facciamo il contrario: ribelliamoci al cambiamento, resistiamo, continuiamo a proteggere quella nota così nuda e così fragile.

“Occhio per occhio, dente per dente” si sente ancora dire di sfuggita.
E allora te fagli così, digli cosà…”

Proviamo a rimanere in contatto con la nostra natura anche se è malvista, non capita, abbandonata.
Perché come diceva un uomo magro magro ma che tutti chiamavo Grande Anima:

“Occhio per occhio… e il mondo diventa cieco”  Gandhi

Commenti Facebook

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *