Perché la felicità degli altri ci fa male (e perché va bene così)

La felicità degli altri ci irrita il collo. Il passaggio visivo di un altro essere felice ci si appiccica addosso come afa notturna.
La felicità degli altri, vera o finta che sia, ci apre un varco nel petto con un coltello seghettato; espelle muffa, nebbia acida, stantia.

Vorremmo raccoglierla tutta noi, la felicità. Rubare persino gli avanzi, le dimenticanze e correre via col nostro sacco stretto al petto, nascosto, per poi riversarlo in faccia agli altri come se fosse uno schiaffo, un premio della nostra scaltrezza.

In questo meccanismo di chiodi arrugginiti ci finiamo tutti prima o poi e l’insostenibilità del contrasto con lo scheletro impostato della morale non ci permette di affrontarlo.
Parte così la caccia ai capelli fuori ordine della pettinatura mentre si ignora l’unica silenziosa consapevolezza riguardo alla felicità: è necessariamente spettinata.

Ma ora il meccanismo si è messo in moto, cigola, risucchia verso di sé; l’irritabilità avvampa, pizzica in mezzo alle gambe, il conflitto si tinge di sudore, si macchia per sempre.
Sei tormentato dalla felicità dell’altro, magari di un conoscente, di un amico, di chi la tua bocca bacia parlando. Ma dietro ogni parola senti la corrente nera e urticante che ti ha portato lì, a quel primo pensiero istintivo, animale, vergine:  la sua felicità mi fa male.

E la sofferenza, perché di questo si tratta, si increspa nei tagli già presenti dell’anima e non può far altro che invaderla.
Perché non dovresti sentire queste cose; non dovresti nemmeno pensarle.
Dovresti essere diverso, buono, pulito, giusto. Ma non lo sei.

Forse è proprio qui che si può interrompere il meccanismo. In quelle ultime tre parole.
Non lo sei. Non lo siamo.
La felicità degli altri ci fa male. Il fatto che stiamo male ci fa stare ancora più male e il cerchio del malessere scende tanto più in profondità quanto più affilata è la lama dei nostri pensieri. Rendersi conto di questa ombra primordiale è il primo sentore di libertà (e forse pure l’unico).

Cosa siamo se la felicità degli altri ci violenta il corpo?
Cosa, se non abbiamo neanche la voglia di riscaldarci di un fuoco vicino?

Non siamo nulla, se non l’intima presenza che ci ricorda che abbiamo la capacità di splendere di luce propria.
Non è forse questo sussurro, avvolto dalle urla di un bambino egocentrico, che ci preme sulla schiena quando l’occhio narra felicità altrui?

La reazione che segue al sussurro non è altro che una serie infinita di venti che spazzano una stanza completamente vuota: smuovono solo la polvere.

Il pensiero che sia sbagliato.
Il pensiero che dovremmo esseri diversi.
Il pensiero che ci sia qualcosa in noi che non va.

Forse, potremmo iniziare a pensare che va bene così. Che di sbagliato c’è poco se non l’accusarsi per ogni imperfezione; che l’aspirare ad essere diversi è un gioco a rincorrersi e che ciò che non va segue comunque una sua logica a cui noi diamo ragione.

Potremmo, senza neanche troppo sforzo, lasciarci sfiorare dal dolore per la felicità degli altri, consapevoli che quel male è solo un pensiero in transito dal centro di noi stessi che, durante il tragitto, si è caricato di troppi pesi. Lasciamo i pesi e assaporiamo il messaggio.

La felicità degli altri è la stessa che si agita in noi. Lasciamole un po’ di spazio per emergere e che il dolore sia per ora il benvenuto come un ospite che ci fa compagnia, ma entra in casa con le scarpe sporche di fango.

Se è la felicità ciò che vogliamo, proviamo a venerala e proviamo a godere di quell’essenza che vediamo brillare negli altri.
Lentamente, al nostro ritmo, con i capelli tutti spettinati.


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