Non possiamo essere felici. Storia di panorami e culi.

Parliamoci chiaro: non possiamo essere felici. Bisogna guardarci negli occhi e dircelo senza fronzoli, come quando si strappa un cerotto.
Possiamo sperimentare momenti, picchi, orgasmi voraci e poi tutto ricadrà sotto la nube.

La felicità non è possibile e prima lo accettiamo, meglio è.
Si racconta una vecchia storia sentita per la prima volta in un mercato di qualche paese d’Asia:

Dopo giorni di faticoso cammino, un giovane arriva alla casa di un grande saggio.
“Sono qui per essere felice, maestro”
Il vecchio gira il ragazzo e gli dà un calcio nel culo.
“Ma cosa fa?” urla il giovane.
Il vecchio si avvicina ancora e gli dà un altro calcio.
“Lei è matto” grida il ragazzo.
“Se ti dessi un altro calcio saresti felice?”
“No”
“E, se continuassi a darti calci ad intervalli regolari di 2 minuti, saresti felice?”
“No” dice il ragazzo mentre già pensa di ritornare a casa.
“Ma se tu fossi obbligato a ricevere calci saresti felice?” chiede il vecchio.
“Certo che no”
“E cosa faresti allora?”
Il giovane alza la testa e sorride:
“Guarderei il panorama”
“Questa è la felicità” dice allora il maestro “godere dei momenti dove non ci sono calci e rassodare  le chiappe quando arrivano”

Probabilmente questa è la storiella sulla felicità più brutta che sia mai esistita, ma il punto qui è che tanto, noi, non possiamo essere felici. Non c’è proprio verso.

E i motivi sono principalmente due:

-Non ci godiamo il panorama
-Non stringiamo le chiappe

NON CI GODIAMO IL PANORAMA

Ancora oggi sono successi all’incirca un triliardo di miracoli: hai aperto gli occhi e loro hanno assorbito tutti gli scoppi visivi elettrizzando il mercato neuronale che hai nel cervello; il sangue si è riversato con i giusti tempi nei muscoli, le ossa hanno retto e la pelle ha fatto alzare tutti i suoi soldatini quando, aprendo la finestra, sei stato investito da un una forza invisibile che spira odori sugli uomini, infilzandosi dentro il loro naso e rievocando nella bocca il sapore dell’infanzia, facendo scoppiare l’immagine nitida di tua madre china sua il tuo corpo di undicenne, scalzo e polposo, meticcio e crepitante.

E non parliamo del cielo e del sole che sono troppo banali. Parliamo del caffè che si sputa fuori da solo dall’inferno che gli ribolle sul sedere. Parliamo del cesso, del ricordo che gli hai lasciato e di quella rete sotterranea che tiene in piedi il mondo e che potrebbe riempirlo di merda. Parliamo delle pale dei ventilatori che giocano a rincorrersi, di una radice che spacca la strada e succhia dalla terra tutto quel che le serve.

Parliamo del tedesco che cammina per le strada. Solo, vecchio, praticamente morto. Eppure si è vestito, si è pettinato, ha pisciato, si è scordato il nome della sua prima moglie.

Miracoli, ogni giorno. Incapaci di essere trattenuti da un numero. Miracoli, che l’apparizione della Madonna non è nulla a confronto. Cosa è la madonna in confronto al microonde che ti cucina le lasagne? Lasagne che sono state inscatolate, prezzate, lanciate su nastri e navi, con la pasta appiccicata e la carne morta e soffocata di schifezze; schifezze imbottigliate, preparate, etichettate da dita, mani, uomini, miracoli.

E di tutti questi miracoli noi cosa ce ne facciamo?
Li ingurgitiamo in affanno, boccate sporche d’olio e di fretta, lasciamo gli avanzi nel frigo a prendere freddo, muffa.
Non un momento di immobilità, di stupore.
Ed il panorama si ripete, sempre uguale, folgorato da miracoli e da occhi che bucano l’aria e non sanno che è quella a farli vivere.

NON STRINGIAMO LE CHIAPPE

Una vita spesa con il naso per aria non può far altro che farti sbattere contro il tronco di un albero. E mentre il naso ti scianguina, il mondo ti inizia a prendere a sassate.
Ti arrivano addosso come pioggia.

Ora ti fiondano addosso qualsiasi cosa: sedie, accendini, vecchie, giornali, punte di matita, sandali, tegole, orologi, corna, teste d’animale, quadri, telefoni, fiori, lenzuola, pavimenti, bottiglie, schegge, fiammiferi, carta, televisioni, radio, bottoni, politici, classi sociali, temperini, Craxi, la Corea, una valigia vuota, una piena- ma di aria- penne blu, gialle, Trump, l’Aids, Calvino, cocaina, puttane, suore, suore puttane, morti, dita, gelati, uccelli finti, sogni infranti, cactus, il tritino dell’erba per farci le canne, Mike Tayson, Jeronimio Stilton, un cucchiaino di legno, un bambino, Topolino, un nero di 2 metri, un vecchio gay, un trans, un taxi, una cintura di Armani, 20 Euro, una croce, un libro in Ceco, un cartello stradale, la guerra in Vietnam, una birra bionda, un ricordo, un vegano, un panino al tonno, un testicolo, una lingua che non si parla più, un vaffanculo, un poeta, un orfano italiano, un bimbo africano pieno di soldi, un palo della luce, una supposta, un tumore, un dottore, uno scopo, un passo, merda, una top model, un po’ di sale, una bestemmia, un colore a caso, un’idea, un mappamondo, una scala, uno straniero, Camus, un professore, una cosa, una virgola- ,

Non possiamo essere felici, è evidente. Con tutta questa roba addosso e l’incapacità di stringere un po’ le chiappone.
Strette, chiuse, indurite fino ai crampi.

Perché quando arrivano in picchiata, le cose fanno male. Trivellano aspettative, idee, illusioni.
Come quella di poter essere felici.

Quando il barile si spacca non rimane che rimanere immobili, aspettare e stringere le chiappe. Non rimane che prendersele tutte le botte, mentre si rimane agganciati ai piedi.
Non rimane che lasciarsi investire, incassare, morire.

Il panorama tornerà subito dopo il rigurgito del mondo, dopo i miracoli e i calci nel culo.
Tornerà o rimarrà sempre lì e noi magari ne godremo mentre con le chiappe ben strette e ricoperti di calli sentiremo Trump, le virgole, gli orologi, le suore, Mike Tayson e le migliaia di altre cose che a stento ci pizzicheranno il culo.


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