-Voglio essere (anche) triste- I 3 benefici di una vita tristemente felice!

Ebbene sì, voglio essere anche triste.

Io sono uno di quei tipi strani che quando si sentono un po’ tristi accendono a tutto volume Adele, tagliando cipolle di tropea come se non ci fosse un domani e guardano in loop la scena della piccola Bambi che piange la mamma.

Masochista?
No, felice. E ora vi spiego il perché

Voglio essere triste, o meglio: voglio essere (anche) triste.
Ne ho bisogno a livello fisiologico. È il mio corpo a richiedermelo; uno stimolo al contrario verso l’infelicità, uno stimolo necessario come quello che ti parte nello stomaco dopo il caffè del mattino.

E, dopo una serie di ragionamenti con qualche bicchiere di vino in corpo, sono arrivato alla conclusione che se esiste un po’ di felicità in me (oltre al vino) lo devo a questa apertura alla tristezza.

Ce ne ho messo di tempo, intendiamoci.
Ad essere triste mi sembrava di pugnalarmi da solo.
Un senso intransigente del dover essere Felice mi costringeva le ossa.

Ma, alla fine, l’ ho capito: voglio essere anche triste. E forse bisognerebbe desideralo un po’ tutti. Ora, io arrivo a livelli estremi, ma qualche goccia di tristezza dissipata qua e là sarebbero una manna.

Voglio essere triste, voglio che questa tristezza mi entri nel sangue e mi riempa i polmoni. Triste fino a non poter respirare.

Questa necessità di DOVER ESSERE FELICE mi ha rotto i coglioni, ecco.
E io studio Psicologia Positiva, pensate se stessi prendendo il patentino da becchino.sadness-inside-out.jpg

Io lo so che tutti voi avete visto Inside Out, dove quei cosetti gelatinosi che sono le nostre emozioni conducono la loro vita. So che la quella cicciotta della tristezza alla fine ne esce fuori alla grande, ma vorrei insistere su questa cosa del Voler essere anche Triste.


Non si tratta del desiderare l’infelicità, ma di vedere che tanto, prima o poi, tristi lo siamo tutti. E se noi ora ci mettiamo a fare la gara a chi è più felice le possibilità sono 2.

  1. Schiacciamo la tristezza da qualche parte contro la parete del corpo che non sarebbe neanche male come idea. Dopo però o una scarica di brufoli, o una gastrite sono assicurate.
  2. Quando la tristezza arriva bella carica, noi non siamo pronti. Ci coglie impreparati.
    Si è accumulata in tutto questo tempo che quando arriva ci frana addosso.
    E qui la situazione diventa più difficile di un mal di stomaco. Qui ci crolla quella maschera sorridente che ci piantiamo in faccia e di conseguenza ci crolla tutto il mondo.

    Non so voi, ma a me, il mondo, mi piace sempre tutto intero.


Per me, la tristezza, è ciò che mi rende uomo.
Uomo nel senso di essere errante su questa terra che un giorno elegge un parrucchino arancione mezzo matto e un alto giorno ti regala, che ne so, un tramonto che ti spacca gli occhi. La tristezza mi rende uomo, nel senso che mi dice di smetterla di giocare a fare il Super-Eroe che nulla lo può scalfire, ma di scendere a terra, dove essere tristi fa parte del gioco.

Sono 3, come al solito, le ragioni per cui essere tristi, talvolta, può essere meraviglioso.

  • LAVAGGIO

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    Volente o nolente, quando vai a vivere per conto tuo capisci i grandi misteri che regolano le case. I principali sono 2:
    -I vestiti non si lavano da soli.
    -E quel calzino spettacolare -sì, quello appena comprato- si è perso nei meandri spazio temporali creati dalla velocità evidentemente eccessiva della centrifuga e non tornerà mai più dal suo fratellino

    Ecco, la tristezza è come une bella lavatrice.
    Noi siamo soliti immaginare la felicità come una camicia bianca, immacolata. 
    Il fatto però è che là fuori ci sono macchie di sugo rosso pronte a buttarsi addosso a noi, spalmarsi ben bene sul colletto, sulle maniche e ad intrappolare il bianco in una griglia di pomarola secca. 

    Concediamoci il diritto di non dover nascondere le macchie.
    Usciamo in strada con la camicia sporca e diamoci il tempo per essere tristi. 

    Possiamo toglierci la camicia e dire: Oggi non posso metterti, non ce la faccio.

    Mettiamola in lavatrice, chiamiamo la mamma per farci consolare e per chiederle a quanti gradi va lavata.
    Usiamo l’ammorbidente che elimina ogni macchia: l’amore. 

    E se non lo troviamo fuori, allora, forse possiamo chiederlo a noi stessi, quell’amore. 
    Laviamo la felicità nella tristezza, guardiamoci il petto nudo e debole. 

    C’è una felicità ancora più profonda, oltre quella che possiamo indossare, oltre quella che possiamo sempre cercare fuori. 
    La felicità di essere nudi.
    Nudi, senza doveri. Nudi, senza pressioni. Nudi, noi stessi. Pienamente noi stessi.

  • ORIENTAMENTO

    La tristezza, si legga sopra, ti libera.
    La tristezza, sopratutto, ti orienta nel mondo.
    Certo, bisogna farci l’orecchio. Non sempre urla, sapete.
    Alcune volte si annida e si insinua negli spazi vuoti lasciati dalle parole.
    Lì, nel silenzio, la tristezza trova terreno fertile dove propagarsi.
    Ma se si impara ad ascoltarla, ci orienta.

    Ci indica che quel cammino, poco importa di che tipo sia, forse non è ciò che vogliamo. Ci dice, sempre di sbieco, che ci possiamo anche tappare gli occhi ma che non si può scappare da noi stessi.
    Anche se corriamo, poi, lei ci rimarrà attaccata come un’ombra

  • RIEQUILIBRIO 

    Dopo averci lavato per bene e averci orientato per il verso giusto, siamo pronti per uscire di nuovo nel mondo. Ma là fuori, si sa, si può incontrare davvero di tutto. Quindi è necessario un equilibrio ponderato, stabile e fermo.

    La tristezza ci riequilibra, riporta sul giusto asse tutte le altre emozioni che tendono sempre a crescere. La tristezza, infatti, funge da stabilizzatore interno. 
    Ci riaggancia a noi stessi. Se la rabbia ci fa sputare e la paura ci fa irrigidire, la tristezza ci riassesta, riequilibrando le altre emozioni.

    Come girando la manopola della radio per trovare la frequenza giusta, la tristezza gira i pensieri più profondi e trova lo spiraglio per farli uscire e manifestarsi. 
    Quando siamo tristi non abbiamo voglia di spaccare gli altri e il mondo.
    Ma rivolgiamo lo sguardo all’interno.
    Chiniamo la testa, ci accartocciamo sulle ginocchia e riequilibriamo gli anni spesi a guardare tutto tranne che noi stessi.

Sì: voglio essere anche triste perché mi sembra di intuire che la felicità passi anche da qui. 
Dall’accettarsi, sopratutto.
Dal dare spazio a quel che ci esplode dentro, senza dargli mai il potere per intero. 

L’idea di una felicità statica, immobile, inattaccabile è troppo rigida per poter essere affrontata. Esiste, ne sono certo.
Ci sarà qualcuno nel mondo che ha raggiunto uno stato tale dove la profondità del suo essere è perennemente felice. 

Ma io qui, nel mio mondo, tra gli enormi alti e i profondissimi bassi, ho bisogno di essere anche triste. Voglio esserlo.

Riempiamoci di quel che siamo, guardiamo negli occhi tutto, senza la paura di trovarci qualcosa che non ci piaccia. 
E quando la tristezza affiorerà, diciamole che è la benvenuta, che questa è anche casa sua. 
Che faccia ciò che vuole. Che ci frughi nei cassetti, ci apra gli armadi, ci sconvolga il giorno e ci bagni il viso.
Poi, quando si sarà sfogata, magari proviamo a ringraziarla per la ventata d’aria fresca che ci ha portato.

E, felicemente nuovi, riprendiamo il cammino…


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