Non permettiamo ad un voto di dividerci come Persone

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Non permettiamo ad un voto di dividerci come Persone. 

Più di ogni altro, è questo il pensiero che mi balza nella testa.

Il clima è teso; si sente pure qui, in una giornata come tante di Lisbona.
Basta sconnettersi dalla realtà ed entrare in quello stomaco di opinioni che è Internet e che tra qualche minuto ingloberà pure queste parole.

Perché scrivere allora? Perché aggiungere una voce in mezzo ad una fornace di urli.
Come al solito, scrivo per schiarirmi quei rantoli di pensieri, quel nodo che si piazza prepotente in mezzo al cranio e domanda incessantemente la mia attenzione.
E, sopratutto, scrivo per redimermi.
Perché un animo prende fuoco facilmente, ancor di più quello di un italiano che nel sangue avrà pure pasta&pizza, ma che crepita anche di passione per una terra che non smetterà mai di amare e, purtroppo, di odiare.
Siamo fatti così; è il bello e il brutto di noi.
È quello che ci fa amare da tutto il mondo e quello per cui tutti ci prendono in giro.
È quello che fa dire agli inglesi che noi siamo così dramatic, e mentre lo dicono ci guardano con gli occhi pieni di ammirazione e d’invidia. 

Siamo italiani e ci risvegliamo sempre un po’ troppo tardi e su questa nuova sveglia mi viene da dire solo questo: Non permettiamo a questo voto di dividerci come Persone. 

E anche io c’ero caduto con tutte le scarpe dentro a questa corsa e addosso mi era rimasta solo una sensazione appiccicosa.
Sarà che avevo votato prima, sarà che ha vinto il fronte del No, quello su cui la mia croce si era piazzata. Non lo so.

So solo che ieri, già nel pomeriggio, mentre gli schiamazzi iniziavano, questa frase è emersa e ha tenuto le redini dei miei pensieri fino ad ora.

Se è un cambiamento quello che tutti noi vogliamo, allora il cambio ci deve essere nelle nostre reazioni. 
Sarà banale, ma se vogliamo un paese che avanzi, il primo passo dobbiamo farlo noi.

E non parlo di disinteresse, ma di un atteggiamento giornaliero da cambiare. Io, io, io per primo
Mi rifaccio all’articolo che ho scritto qualche giorno fa: Cosa stiamo portando nel mondo?

Cosa è che vogliamo per noi stessi e per il nostro paese?
Ecco, compariamolo con quello che stiamo portando, con queste serie di reazioni di pancia, a noi stessi, e al nostro paese.

Perché non interessarsi, appassionarsi, anche indignarsi alla vita politica, ma senza riversare la bile addosso alle altre persone, snervando un corpo ed un territorio sull’orlo di un collasso, più emotivo che finanziario.
Perché non ripartire da un concetto semplice espresso da qualcuno che qualcosa di politica (e dell’uomo) aveva capito.

-Ogni popolo  ha il governo che si merita-  

Ripartire dal processo inverso; niente più attese di un salvatore, ma una svolta nel tessuto sociale, nei gesti, nell‘apertura verso l’esterno. 

Io ne sono convinto: aldilà di ogni idea politica, il cambiamento lo inizierà un nuovo atteggiamento. 
E ripeto che io ho votato No per un’opinione convinta, un’idea di paese che questa proposta poteva strozzare e aprirsi in uno scenario peggiore di quello attuale.

Ma non possiamo iniziare a vomitarci addosso e pensare che da domani profumeremo di rose.

Prendiamoci un attimo per rilassarci, per calmare questo robot automatico che spinge le opinioni fuori dalla bocca e riprendiamo il possesso di noi.
Non permettiamo ad un voto di dividerci come Persone.
Che le idee si arruffino pure tra di loro ma continuiamo a tenerci per mano.

Tutto questo non è che un’altra opinione, condita da un po’ di sentimentalismi e di utopie. Una storia per chi  vive fuori dalla realtà, lontano da ogni problema, lontano persino dalla propria nazione.

Ci vantiamo di essere il paese più bello del mondo per i nostri paesaggi, la nostra storia e le persone che lo hanno abitato.
Se non inizieremo un’utopia, il futuro ci chiederà il perché abbiamo permesso che tutto questo si sia distrutto.