Solo un cucchiaino, grazie

La casa dei miei nonni sapeva di caffé.
Le pareti, i mobili, il divano. La loro pelle sapeva di caffé. La domenica, alle 8 meno cinque, la macchinetta iniziava a gorgogliare, l’aroma si espandeva, si infilava nelle serrature, mi svegliava.

Forse avevo cinque, forse sei anni ma ci sono immagini che si stampano dentro e sembra che la tua infanzia tu l’abbia vissuta saltando da un ricordo all’altro e che, in mezzo, non sia successo nulla.
La mano di mio nonno che trema un po’ e che mi versa una lacrima di caffé dentro il latte. Io sono diventato grande quel giorno lì mentre il bianco si mescolava al nero. Gli opposti, le contaminazioni, le unioni. Dentro quella tazzina ci poteva stare una vita intera.

E poi tutti riuniti al tavolo, dopo pranzo.
Quelli durante lo studio, durante la ricreazione alle superiori.
Quelli americani a Montreal, quelli coretti alla pioggia e whisky a Dublino. Quelli durante la lettura e quelli di scrittura. Così, per farmi sentire più figo. Se mi piglia un infarto sapete la ragione.

Può sembrare tutto così banale, capisco. Dei ricordi strappalacrime, pieni di zucchero.
E si sa che, al massimo, é consentito solo un cucchiaino. Un po’ in tutto alla fine.

 

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