L’uomo di Lisbona che fermava la pioggia

Mi devo sbrigare, tra poco rinizierà a piovere. I sacchi della spesa mi pesano; sento la plastica che mi entra nella pelle e ho paura che si possa spaccare. Maledico la mia noncuranza nel mettere le cose nel carrello. Le scelte che rimpiango di più, a metà del tragitto di ritorno verso casa, sono le patate di 2 kg in offerta e le 6 bottiglie d’acqua frizzante. Mia mamma lo dice sempre che quella frizzante è più pesante.
Nella strada c’è, qua e là, qualche pozzanghera. Intrugli di sigarette e erbacce.
Sento formarsi sulla schiena una striscia di sudore che rende la pelle una calamita per la maglia. Si incolla subito e mi rende nervoso.
Com’era quel principio? Se una cosa può andar male, lo farà.
Io non ci ho mai creduto, ma una goccia d’acqua mi è appena sbattuta sul naso.
Che, voglio dire, va bene che è grande, ma non è mica un ombrello.

Non faccio neanche in tempo a recriminare la natura per la poca accuratezza che ha avuto sul naso (perché per il resto, stando a quello che diceva mia nonna, sono un bel fanto) che le nuvole iniziano a rovesciare acqua manco fosse ferragosto.
Cerco un goffo riparo sotto una tettoia per me, per i sacchetti e anche per il mio naso.
Il cielo sembra ancora più minaccioso di prima e provo a sfidarlo in un gioco di sguardi cattivi del tipo- Se tu mi tiri la tua acqua, io ti tiro la mia. E la mia è pure frizzante-
Mentre immagino dialoghi da premio nobel, si avvicina un signore. Ha una felpa grigia, dei pantaloncini corti, delle ciabatte e un viso abbastanza incarognito. Lì per lì mi prende un colpo, poi penso che potrei usare questo tizio come minaccia verso il cielo. Sicuramente sarebbe più credibile.

L’uomo mi guarda, sembra che quasi non si sia accorto di me. Guarda anche lui verso l’alto, bofonchia qualcosa e poi parte. Così, temerario, sotto la pioggia. Mentre lo vedo scappare, dentro di me lo prendo in giro. Uno per come è vestito, due perché non ha neanche provato a stoppare l’acqua con lo sguardo cattivo. E poi lo vedo. Tiene stretto nella sua mano destra un mazzo di rose. Ogni tanto gli dà un’occhiata, controlla che non si sia rovinato. Un attimo dopo l’ho già perso, sparito tra la gente.

Se una cosa può andare bene, andrà meglio. Perché la pioggia si spegne ed io inizio a correre con i mie sacchi e il mio sudore. Lo trovo dopo alcuni attimi, in lontananza. Prendo il telefono e gli scatto una foto.
Nella mia mente assurda è già nato un film, o forse questo racconto.

Un uomo come milioni, in una strada qualsiasi di Lisbona. Un mazzo di rose; sì, va bé, un abbigliamento improponibile, ma ora che importa, e un amore da dichiarare. O forse da ricostruire, da proteggere, da consolidare. Chi me lo dice che non lo fa ogni giorno da vent’anni e che questo uomo che si veste al buio è uno di quei personaggi che si trovano solo nei libri.
Per ora rimango solo con l’immagine di qualcuno che ama e con la credenza che la pioggia non l’abbia arrestata né il mio sguardo, né il suo, ma un semplice momento pieno di bellezza.

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L’uomo di Lisbona

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