Non capite proprio un ananas!

Ma quale viaggio spirituale?

Ma quale conoscersi, quale capirsi, quale affrontare le proprie paure.
En tutte cazzate, si dice dalle mie parti.

Io sono qui, dall’altra parte del mondo, per una ed una sola ragione. Sto combattendo una battaglia estenuante e lo sto facendo per tutti voi. Sì, lo faccio per la patria, per i miei connazionali, per la vita stessa, oserei dire.
Ebbene si, sto combattendo contro una cosa che forse è più grande di me. Questo demone ha un nome: Hawaii Pizza (per chi non lo sapesse si tratta di una mostruosa variante caratterizzata dalla presenza di Ananas e prosciutto cotto)
Non si sa bene in che modo questo orribile virus si sia sparso, ma sembra che ormai sia inarrestabile e che abbia contagiato tutto il mondo.
Il vero problema non è il fatto che ormai si sia insinuato nei più infami angoli del globo ma di come sia riuscito ad intrufolarsi nella normalità grazie ad una semplice ma potente domanda: perché no?

Della forza di questa domanda me ne sono reso conto una sera a cena con un tedesco.
– Sai, noi italiani siamo un po’ rompipalle con la pizza, sopratutto quando siamo fuori dai confini.-
– Non preoccuparti, lo so. Sono stato in Italia e so com’è la vera pizza. Andiamo in quel ristorante vicino agli alberi di cocco. È davvero buona-
– Ok, io vado sul classico. Pizza Margherita.-
– Per me una Hawaii Pizza

Non so se lo ha capito dal mio sguardo o da un urlo che non mi sono accorto di aver emesso, ma il mio tedesco straluna gli occhi e dice:
– Perché no?-
E cosa gli vuoi dire ad uno che ha anche il coraggio di spararti in faccia un -perché no- come se gli avessi chiesto se avesse voglia di farsi un’altra birra.

Respira, Marco. Respira. Centra i pensieri, allinea l’emozioni, fai qualcosa che ti aiuti a non rovesciare il tavolo seduta stante.
– Sai, in Italia non mettiamo l’ananas sulla pizza. Non ci va proprio a pennello-
– Guarda che è davvero una delle cose più buone del mondo. Perché no, scusa?-
Non ricordo cosa gli ho detto ma sono sicuro di aver deviato la conversazione su qualcosa lontano, molto lontano dal cibo e dal mangiare.

La stessa sera, nel buio della mia camera, mi è tornata in mente quella domanda.
Perché no?
Ci ho rimuginato sopra per un bel po’. Tralasciando il tedesco, questa domanda non è del tutto scontata e può portare qualcosa di inaspettato. Mi sono reso conto, nel corso di questo peregrinare, di quanto non mettiamo mai nulla in discussione.
Siamo, in qualche modo, infilati in una strada che non offre spunti di novità. Ci chiediamo il perché di tutto ma non troviamo mai il coraggio di scostarci da quel che conosciamo e dirci francamente – perché no?-

Perché non fare qualcosa che non si è ancora fatto e pensare di essere qualcosa che non si è ancora stati.

Perché non imparare una nuova lingua, perché non fare un giorno alla settimana di digiuno, perché non camminare per tre ore solo sulla gamba destra?
Perché non fare qualcosa senza senso?

En tutte cazzate, lo so, ma il -perché no?- dà una svolta a tutte le risposte dei nostri semplici e solitari -perché?-
Ribalta un po’ la situazione, no?
In spagnolo c’è una bella espressione: dar la vuelta a la tortilla! Tanto per rimanere in tema di cibo. Ma insomma, e diamola sta vuelta. Che sia alla tortilla, alla routine o alla vita da cima a capo ( o da capo a cima?)
Se tanto sappiamo solo passare le giornate a lamentarci perché non farlo?

Appena prima di addormentarmi mi è balzato nella mente cosa avrei dovuto rispondere al –perché no?- del mio amico tedesco a proposito della Hawaii Pizza.
Nel silenzio della notte è suonata una cosa del tipo:

-Perché la pizza l’abbiamo inventata noi. E voi, di cibo, non capite un ca… un ananas!

P.S.

Si, sono colpevole ma critico con ragione. Io, la pizza Hawai l’ho mangiata davvero. Una sola volta a Dublino, per sbaglio.
E se al primo morso ti vien da dire che, alla fine, non è poi così male, al secondo rimpiangi il primo e chiedi scusa a tutta l’italianità che ti scorre nelle vene.

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