Il silenzio di Angkor Wat

 

Non ci sono parole.
Non ce ne saranno mai abbastanza.

È questo, più di ogni altro, il primo pensiero che mi sbatte nella mente quando, per l’ultima volta, mi giro e guardo lo spegnersi del sole su Angkor Wat.

Su questo tramonto tappezzato da nuvole grigie, davanti allo splendore della creazione umana, stringo tutti i miei muscoli provando a immagazzinare dentro di me ciò che i miei occhi possono solo limitarsi a sfiorare.
Angkor chapter zero.jpgÈ troppo, davvero troppo.
Io potrei ora provare a descrivere con le poche parole che ho disposizione la sensazione di camminare nei corridori di Angkor, dove i passi risuonano nel vuoto e si perdono lungo i muri in pietra scolpiti da centinaia di volti.
Potrei e vorrei essere capace di trasmettere l’attimo del primo raggio di sole che dà inizio al giorno e crea riflessi dorati sul lago dove il tempio stesso si specchia circondato da fiori di loto. Potrei ricercare nella memoria il sorriso del monaco appena varcato l’ingresso, la vista dall’alto delle torri e i tuoi occhi che spingono per scostare via i turisti, la modernità, il presente e darebbero ogni cosa vista per essere in grado di vedere ciò che accadeva al tempo.

E l’incenso che brucia davanti ai sorrisi delle statue di Buddha? E i gradini di pietra cotta dal sole che salgano verso il cielo? E le finestre dalle quali puoi uscire e camminare sopra il cornicione da solo nei tuoi pensieri, in passi senza tempo?

Quando uno torna indietro da Angkor Wat può pensare che solo questo sia abbastanza e che se, per qualche ragione, uno dovesse tornare a casa accetterebbe il rincasare con più facilità.

Ma la logica con la quale ammanettiamo il tempo si è spezzata fin dal primo sguardo ed ora non esiste più casa e viaggio, Italia o Cambogia. Ora esiste solo Angkor e finisci per arrivare al Bayon; ammasso di pietra e caldo che quando ti avvicini ti inietta brividi lungo tutto il corpo.
Visi, volti, occhi in sassi che sussurrano misteri, urlano segreti e storia.

Ora mi sento sul limite della ragione. Più avanzo nelle pietre, più perdo conoscenza di ciò che ha logica.
Come è possibile, mi ripeto. Come?
Non può essere che uomini, fatti più o meno come me, abbaiano creato tutto questo. E mentre continuo il percorso lotto contro la mia mente e mi investe la sensazione di non aver abbastanza armi per interpretare ciò che vedo. Non a livello culturale, intendo, ma ad un livello più profondo. Mi sembra di non essere capace a catturare tutto questo tanta è la grandezza, lo splendore, la manifesta superiorità.
Non ci sono parole.
Non ce ne saranno mai abbastanza.
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Jhonny, il mio tuc tuc driver, mi aspetta all’uscita con una birra in mano e una maglietta del Real Madrid.
“ Bello, vero? “ mi dice.
“ Troppo, Jhonny. Troppo”
Non esiste il troppo, amico” mi risponde e allora me ne sto zitto e intuisco che è troppo solo se si prova a capire.
Dove sono le telecamere? Qualcuno chiami gli scenografi. Voglio farli i complimenti.

Sulle rocce accatastate si inerpica il muschio e la pioggia di ieri ancora è sul suolo insieme al fango. Sentieri oscuri che entrano dentro piccoli templi, i pipistrelli volteggiano in alto dentro colonne vuote.

Mi arrampico sulle pietre; l’odore dell’umidità è ovunque e il sole che si infiltra crea corridoi di luce meravigliosa.
Sbuco da una feritoia nel cuore di un tempio e scoppio letteralmente a ridere.
Un albero enorme, gigantesco è avviluppato come una piovra sul muro che circonda tutti i templi. Le radici si snodano bellissime e abbracciano il terreno.
Rido perché è troppo surreale, e provo a non capire; non avrebbe alcun senso. Non posso e non ho voglia di capire.
Ora sono Indiana Jones e mi lancio da una pietra all’altra, salto, schivo il fango, abbraccio le radici, entro nelle fessure, mi siedo sopra il muro e guardo la più bella coppia del mondo che balla insieme abbracciandosi: l’uomo e la natura.
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Sono stati tre giorni fuori dal viaggio, dal tempo e forse anche da me stesso.
Sento di aver bisogno di spazio per far sedimentare tutto quello che ho visto ed è per questo che sull’ultimo tramonto di Angkor chiedo ai miei occhi di prendere ciò che io non sono stato capace.

E poi arriva il silenzio. Mentre mi appresto a lasciare questo luogo scende profondo e capisco che Angkor Wat non è altro che questo: Silenzio.

Assoluto, profondo, ammaliante.
È il silenzio dei mille corridoi, dei volti del Bayon, delle pietre, delle strade incasinate, degli alberi, dei chioschi per i turisti, delle scimmie, dei tuc tuc, delle torri, delle albe e dei tramonti, delle sculture, dei morti, del senso di questo posto, della logica che lo ha costruito, della Cambogia.

Angkor Wat è solo silenzio.
Perché è il silenzio che inietta nella tua mente e che non c’entra nulla col rumore. È il silenzio fatto di rispetto, di ammirazione e connessione con qualcosa di vero.

Angkor è solo silenzio.
E per questo silenzio non servono parole. 

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