L’ARTE DEL CAZZEGGIO – Sii serio, ridi!

Fondamentalmente sono un cazzaro.
E anche uno di quelli bravi.

Il cazzeggio portato alla massimo potenza è una di quelle cose a cui non potrei mai rinunciare. Lo metto sullo stesso livello della pizza, di una birra ghiacciata, di un viaggio in solitaria, di un libro davanti al camino.

É un’arte, il cazzeggio. Ed è una delle più difficili, specialmente se non è ben vista dopo i 18 anni e se, secondo quella pallosa donna della società, deve essere limitata in poche ed esclusive occasioni.

Il mondo era dei cazzari, ne sono sicuro. Loro, solo loro, erano i capi indiscussi. Vivevano ridenti senza mai sprofondare nelle terribili sabbie mobili della noia, della tristezza e sopratutto della serietà. Conoscevano l’arte del cazzeggio e con quest’arte avevano conquistato tutto e tutti.
Ci deve essere stata una riunione ad un certo punto. I noiosi, i tristi, i seri, quelli che ignoravano l’arte del cazzeggio si sono riuniti tutti insieme e hanno dettato nuove regole con gli occhi spenti e la voce strozzata da una cravatta. Magari a pois.

Erano solo dei gelosi ma in qualche modo ce l’hanno fatta. Hanno cambiato le regole del gioco e hanno messo le loro peculiarità come forma giusta di errare in questo mondo.

Ed io ora, con orgoglio, rivendico il mio essere cazzaro.

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Cazzaro nel silenzio di Angkor

Ma dico io, ma chi lo ha detto che bisogna essere seri? Voglio sapere chi lo ha deciso, voglio vedere che viso ha sto citrullo che ha settato la serietà come impostazione predefinita. Tipo i messaggi – Sono a lavoro. Chiama dopo- ( Vita felice, sono impegnato. Passa dopo)

Ma che palle, no? Tutti seri e pieni di rughe a dirci – Buongiorno, signore-
L’hanno fatta grossa quei senza gioia in quella riunione. Non solo hanno deciso regole finte e grige ma hanno anche falsato il concetto di rispetto.
E allora parliamone di rispetto.

Ricordo una volta alle elementari. Ero un ragazzino biondo platino ed innamorato di tre quarti delle bambine della mia classe. Entrò il preside in giacca e cravatta. Tutti in piedi, come da copione. Dice qualche cosa su qualche altra cosa e poi se ne va. Lo segue un coro uniforme -Arrivederci, signor Preside-
Me ne pento ancora -Ciao– dissi. Venni richiamato, sgridato, forse bastonato.

Lo capite il punto, no?
Sgridato. Per un – Ciao-.
Eh, ma se non insegniamo l’educazione ai bambini, il rispetto per i più grandi ci ritroveremo dei maleducati e mascalzoni-

Non c’è dubbio che esiste una linea sottile, talvolta nascosta, specialmente nell’educazione dei bambini. Ma è quello il rispetto, quello vero intendo?
9 studenti su 10 odiano la maggior parte dei loro professori. Quell’uno è il secchione di turno, tanto per intenderci.
Questa avversione nasce per la devozione forzata che bisogna avere, questa posizione di inferiorità che non accetta discussioni.

Pensate che questo sia rispetto? Ti rispetto perché ti devo rispettare. Questa è paura, costrizione, talvolta, tortura.
Non vi preoccupate che un professore che si mette sullo stesso piano dei suoi studenti, lasciando una necessaria distanza, riceverà un rispetto molto più profondo di un Buongiorno. Riceverà un’alleanza ed un’ammirazione che potranno essere eterne.
Insegniamo questo tipo di rispetto, piuttosto.

E riscopriamo la meravigliosa arte del cazzeggio. Ma se Gesù ha trasformato l’acqua in vino un motivo ci sarà, no? ( scusate il momento blasfemia).

Leggendo i miei post su Chapter Zero uno potrebbe pensare che sono la tipica persona che parla d’amore, meditazione, vita e mondo e che quindi fa parte dei seri e dei tristi.
Perché ormai è diventato così! Anche la cosiddetta ricerca spirituale (così brutte e avulse di senso queste parole) si costella di persone di una rigidità tale da far invidia ad un righello. Sembra, ormai, che le cose del mondo non debbano interessare e che bisogna essere seri per entrare in noi stessi.

Ma se la gioia è l’obbiettivo come può il sentiero essere tracciato da passi di tristezza?
L’unica cosa da prendere davvero sul serio è il non diventare mai seri.
Restiamo cazzari, stupidi, bambini.

Una riunione è già stata fatta, ma possiamo farne un’altra.
Riuniamoci al piano della scemenza, all’ora del cazzeggio. Nessuno puntuale, mi raccomando.
Cambiamo le regole un’altra volta.

Ognuno porti con sé qualcosa.
Basta solo un po’ di vino e qualche risata!

Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.
Italo Calvino

marco-sacchelli

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