LA FELICITÀ CI APPARTIENE – A presto, Laos!

Caro Laos, ti immaginavo piccolo e indifeso. Cresciuto con cinque fratelli maggiori prepotenti che ti lasciavano sempre per ultimo e non si prendevano cura di te. Il più grande poi ti allontanava dall’alto, sputando le sue frustrazioni sul tuo corpo.
E tu che dovevi vedere questa immensa Cina prendere il sopravvento su tutto.
Ti immaginavo in un angolo a leccarti le ferite; in silenzio svolgevi il tuo piccolo compito e schivavi ogni scenario.
Ti immaginavo, Laos, senza la forza di alzarti in piedi, di mostrarti nudo davanti ad altri e che mancassi di fiducia in te stesso. E pensandoti così forse mi rispecchiavo in te. Noi, a piccoli passi, discreti e sempre in equilibrio. Almeno così eri, nella mia mente.

Ma è bastato scostare il velo con cui proteggi le vecchie cicatrici per scoprire un uomo fatto e finito. Da Luang Prabang a Nong Khiaw, Da Vientiane a Phonsavan, da Viang Xay a Paske e poi le tue isole, le tue montagne, le tue cascate che frustano il suolo.
Ti ho trovato di una bellezza infinita e pronta per essere mostrata in ogni aspetto.
Ho visto nei tuoi occhi una voglia di rivalsa, di rivincita dopo anni passati nella morsa di altri. Come il figlio più piccolo, stretto nella grandezza dei maggiori, ti sei alzato in piedi ed hai rivendicato il tuo posto nel mondo. Ed io da umile spettatore mi inchino davanti a questo.

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Il sole se ne va dalle 4000 Islands

Non dimenticherò mai questa terra. Sarebbe, peraltro, impossibile scordare l’arrivo in barca nelle braccia del Mekong o i profili delle montagne, lo scrosciare dell’acqua e dei fiumi che divengono cascate. Non dimenticherò i colori, il verde ovunque e le strade in terra.
Chissà per quanto tempo porterò con me le immagini dei bambini che mi danno il cinque e che ridono fino a sdraiarsi sull’erba. Se è vero che la felicità ci appartiene mi rimarranno sempre incollate addosso.

Ma esistono parole adeguate per descrivere una terra; una terra come questa? E per queste persone?
Sembrano timide e schive; non hanno voglia di turisti, pensi. E poi basta un sorriso e si avvicinano, desiderano sapere chi sei, come parli, cosa pensi, che sogni, cosa vivi. Esattamente quello che voglio sapere io da loro.

Troppo spesso mi sono chiesto se le mie aspirazioni più profonde coincidono con quelle di questi uomini e di queste donne che cucinano all’aperto su una conca piena di brace, che mangiano con le mani e che dormono su letti di polvere. Quanta distanza esiste, aldilà della superficie delle apparenze?
Vi è spazio per pensieri sulla felicità o l’amore in una routine scandita dalla luce del sole e dal tintinnio di un martello che percuote una lama? C’è abbastanza tempo per far si che la coscienza del mondo appaia su quella della mente oppure è proprio il nostro modo di vivere, il nostro troppo pensare a farci cullare in un’idea di felicità senza mai viverla davvero?
Chi, dei due, è davvero incollato al capitolo zero?

Ti immaginavo piccolo e indifeso, Laos. Nella tua natura ho trovato la grandezza nei tuoi uomini la dignità di essere e di reclamare con forza il nostro spazio.
Tornerò, un giorno, ma se questo dovesse tardare vorrei tanto sapere se i miei pensieri sono giusti e vorrei conoscere la tua opinione su questo piccolo e indifeso ragazzo che ha incontrato nelle tue strade domande che necessitano risposta.

Ti lascio, ora. Me ne vado in Cambogia a scoprire Angkor Wat, i Khmer, altre storie ed alla ricerca di altre domande.
Ogni morte è indispensabile e questo nostro addio assomiglia tanto ad un dolore sordo; uno di quelli che ti piace vivere perché nel momento stesso della tristezza percepisci la potenza e l’assoluta bellezza di aver vissuto. Ho scoperto che, talvolta, mi piace anche sentire la sofferenza.
Prima di andare via chiudo gli occhi e mi vengono a trovare tutti i momenti vissuti ed ora sì, ne ho la certezza: la felicità ci appartiene.

Ed ora sì, ne ho la certezza.
Caro Laos, non ti dimenticherò mai.

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