IL DOLORE DI ESSERE IMPERFETTI


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Oggi è un giorno perso.
Per qualche assurdo motivo ancora non ho realizzato che le stazioni dei treni e dei bus non sono strutturare in modo classico.
Qui nel Nord del Laos, ad esempio, c’è una casetta in legno con scritto “Ticket”, ma quando entro c’è solo un cane che rimarrà l’unico essere vivente per ore nonostante le mie ripetute ricerche.

I due giorni a Nong Khiaw sono stati aldilà di ogni aspettativa. Dopo un percorso immerso in una natura meravigliosa, con intrecci di alberi, insetti, radici e scalini di muschio si arriva sulla cima di una montagna che fa salire le lacrime agli occhi.
Il paese si appoggia su un fiume che si snoda come un serpente ed è stretto da altre montagne piazzate lì apposta a far da guardia. Non si sa mai che qualche stupido turista si porti via la magia.
13389207_10209481864628743_1388421771_o.jpgDopo aver finalmente trovato un biglietto per un paesino sul limitare del confine col Vietnam sento che la mia magia, invece, mi sta scivolando via dalle mani alla svelta. Troppo spesso, ormai, durante questo viaggio, ho sperimentato la facilità che ho nel gonfiarmi di gioia e di speranza e l’altrettanta capacità di sprofondare nella frustrazione.
Il bus che mi porterà a Viang Xay è in ritardo e quando salgo sopra si palesa la nuda realtà: il Laos non è la Tailandia, nel bene e nel male. Sono l’unico straniero.
Una signora mi indica di andare in fondo ma una volta lì noto che c’è qualcosa che non quadra. Dieci, quindici, venti tra scatolami, sacchetti enormi, e cassette bloccano l’accesso ai sedili. In qualche modo mi ricordano il salotto di casa mia quando mia mamma si appresta a fare l’albero di Natale. Un particolare mi coglie impreparato. Un ragazzo sulla ventina dorme abbracciato ad orso di peluche grande almeno il doppio di lui. Devo dire a mia mamma che so già cosa voglio per il Natale prossimo.

Arrampicandomi riesco a trovare un posto e posso osservare Nong Khiaw per l’ultima volta; i pendii delle montagne si sforzano ad uscire dal buio mentre centinaia di stelle si rovesciano silenziose in cielo. Non avrei potuto immaginare addio migliore.

Sono undici le ore di pullman. Undici ore intervallate da un continuo sali e scendi di persone, scatole e una musica assordante dentro le orecchie. Cerco di aggrapparmi alla vista delle stelle per non arrendermi a questa sensazione che ora mi si è piantata in gola.

L’alba si presenta troppo bella per non scrollarsi di dosso questo peso senza senso. La strada danza sulle curve mentre il luccichio del sole gratta via l’oscurità. Davanti a noi esplode un’immensa distesa di nebbia e qualche montagna che sbuca e osserva quel che succede. In questo momento mi sento così piccolo e così stupido.
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Il bus mi abbandona alla stazione; una distesa di sassi e di persone assonate che si risvegliano al mio arrivo in un susseguirsi di sguardi e risatine. Dovrò aspettare altre tre ore, combattendo contro il sonno, e un’altra mezz’ora su un altro bus lottando contro quel che si muove dentro. Ad un certo punto su una strada qualsiasi il conduttore mi dice di scendere. Col mio zaino sulle spalle mi ritrovo completamente solo davanti ad un’unica strada vuota di cui non si vede la fine.

Dopo appena dieci minuti di cammino non saprei dire cosa mi sembra di avere più a pezzi: la schiena o la speranza.
Sono finito ancora una volta nella terra di nessuno e questa volta non ce la faccio a ridere di quel che succede. Questa volta cammino e impreco, avanzo e mi scoraggio. Non ho la forza di guardami dall’alto dell’universo e poi scendere in picchiata per vedere un ragazzo, nel Nord Est del Laos, su una strada desolata che si è fatto undici ore di pullman dentro ad un bus zeppo d’assurdità.
Oggi non ce la faccio e mi viene da incolpare quella sensazione bastarda che ora mi ha invaso tutto il corpo.

Le prime case, lo sferragliare degli attrezzi di lavoro, i motorini, qualche ristorante in plastica. Cenni di vita normale si affacciano sul cammino, e poi, eccolo lì, il cartello di una Guesthouse. Accelero il passo, giro l’angolo; una stradina sterrata.

Nulla, non c’è nulla.

Quando sto per urlare inizia inesorabilmente a piovere. Cioè, a diluviare. La strada di terra si trasforma in un fiume di fango in pochi secondi. Cerco riparo sotto una tettoia e provo a chiedere a qualcuno indicazioni. Nessuno parla inglese, nessuno sembra aver voglia di aiutarmi.

Dallo stomaco alla gola sento bruciare una rabbia violenta.

Non riesco a darmene una ragione; so solo che avrei voglia di mandare tutto a fanculo.

Tutto questo fa parte del viaggiare?
Perchè scelgo sempre questi posti abbandonati da Dio?
Non era più facile scendere da Luang Prabang verso Sud con tutti i ragazzi dell’ostello?
Scappo dai turisti e dalla compagnia ogni volta che ci sono in mezzo. Voglio la mia solitudine, i miei tempi ed i miei pensieri.
Mi faccio vanto con me stesso del silenzio che tengo stretto e poi, una volta che lo posso vivere davvero, non desidero altro che tornare alla tranquillità. Un discorso stupido e sempre uguale, un giro in città, qualche foto, qualche birra. E tutto il viaggio vola liscio e felice.
E invece eccomi qui. A guardami da fuori sembro ridicolo. Imbrattato dal fango, fradicio di pioggia, incazzato con il mondo. Alla prima difficoltà giù al tappeto.
Mentre guardo il diluvio e le persone che scappano dentro casa mi sorge dentro alla mente un pensiero che dà un senso alla sensazione melmosa che mi perseguita da ieri.
Più che un semplice pensiero è un dolore interno, come una lama che viene sfilata e stride nella carne.
È il dolore di essere imperfetti.

Ormai è da qualche anno che me ne sono accorto. Conviviamo insieme da un po’, ma è solo in questo viaggio in solitaria che emerge in tutta la sua incredibile potenza.
Per lunghi tratti di questo nulla che è la mia esistenza mi sono sottovalutato; oggi mi accorgo che ho fatto anche un percorso inverso.
Ho sopravalutato me stesso e non sono pronto ad accettarne le conseguenze. Sopravvaluto la mia capacità di affrontare i problemi, le difficoltà e le persone che non mi vanno a genio. Sopravvaluto la mia capacità di stare da solo e di vivere serenamente questi attimi. Sopravaluto la mia capacità di oltrepassare i bisogni; quello di essere amato, accettato, il bisogno di uno sguardo solidale, di una mano tesa.
Ed ora, nudo davanti a me stesso, sento un dolore intenso che mi lacera dentro. Scorgo questi limiti altissimi che da qui sembrano insormontabili e queste difficoltà ridicole si innalzano più delle meravigliose montagne di Nong Khiaw.

Non sono perfetto. Per qualche assurdo motivo questo pensiero fa male.
Ora, nella mia stanza d’albergo trovata dopo altre due ore di ricerca, mi sembra di pesare la metà. La sensazione di oppressione si muove informe in tutto il corpo ma è molto più leggera.
Con una goccia di orgoglio mi vien da dire che ho deposto le armi.

Perché sì, in fondo è una guerra. Una dannata guerra per mantenere un equilibrio che non può esistere se non grazie ad una estrema tensione. Non sono perfetto, non lo siamo. Mi sembra di captare in questo una piccola liberazione. Se non sono perfetto, non lo devo neanche essere. Voglio dire; posso aspirare a migliorarmi, a scalare le montagne di Nong Khaiw che si dissimulano nel mio panorama interno, ma più di ogni cosa, posso accettarmi nella mia imperfezione. Non lo so se posso farlo davvero, se mi darò questa opportunità ma questa è la strada che voglio prendere.

Perché fa male essere imperfetti solo se ci si castiga, ci si fustiga e, ancor peggio, se ci si incolpa, per questo.
Ha forse senso rimproverarsi di non essere arrivati a destinazione se stiamo correndo al massimo lungo il cammino?

Domani devo prendere un altro bus; solo otto ore. Da quanto mi hanno spiegato devo tornare indietro sulla strada percorsa oggi e mettermi ad aspettare dove mi hanno scaricato. Dalle dodici alle tredici o dalle quattro alle cinque. Proprio questi orari mi hanno detto. Quando vedo un bus arrivare devo cercare di farmi vedere e di stopparlo perché quelli solitamente fanno un po’ come li pare.
Oggi non ce l’ho fatta, ma domani ci provo.
Il solito universo, la solita terra così facile da vivere da fuori e poi ci si butta a bomba nel mondo. Si finisce in Laos e si ride insieme a questo ragazzo sotto il peso del suo zaino che cerca di stoppare un bus proveniente dal Vietnam.

E poi, magari, si prova a sentire questo dolore di essere imperfetti che si disfa silenzioso tra le nostre risate.

 


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