Dentro al cuore del Laos

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Immagina di chiudere gli occhi.
Immagina di sentire il rombo di un motore per ore, di sederti su una barca e lasciare che gli occhi si lancino fuori.

Ora, immagina di vedere il verde delle colline che si aprono sul cammino, le baracche di legno conficcate nella terra tra i grovigli degli alberi. Guarda il cielo imbottito di nuvole e la voglia di cadere giù.
Il bambù infilzato ai lati sorregge le reti dei pescatori; alcuni di loro sono dentro l’acqua fino alla vita e con le mani nel fango recuperano il pesce che andrà sulle bancarelle, negli stomaci dei passanti.
Devi iniziare a vedere di come il mondo cambia mentre senti ancora la Thailandia che ti sorride e ti pesa sulle spalle.
Li vedi anche tu questi alberi immensi? Si arrampicano uno sull’altro, sembra quasi che cerchino il tuo sguardo, il nostro. Basterebbe solo un po’ di vento ma loro se ne infischiano e continuano ad avanzare. Mi ricordano le case di Lampang. (http://wp.me/p7uy7v-4P)

Se sei arrivato fin qui devi iniziare a muovere la testa da una sponda all’altra e devi essere abbastanza bravo da percepire le differenze, le sfumature sottili che non puoi capire se guardi e basta.
A destra, per esempio, gli alberi sono tutti in schiera. Guardiani delle montagne che si stagliano fiere sopra di loro e reggono la pioggia che scenderà nel pomeriggio. Il lato sinistro manca di compattezza: graffia lo spazio in modo non uniforme, mi sembra ribelle e simile a me. Ogni tanto, nel verde, sbuca il tetto blu di qualche casa.

Dimmi che le vedi anche tu queste differenze e che ti emozioni quando un nuovo scorcio appare dietro le lingue di terra sporca che si infilano nell’acqua.
Perché se non ti impregni gli occhi di questi slanci della natura, di questa sua manifesta superiorità sull’uomo e di questa sua mancanza di arroganza, allora è inutile stare qui.

È fondamentale, invece, sorridere ai pescatori sulle canoe che schivano le rocce appoggiate sul fiume che deviano il suo corso e lentamente scivolare nel silenzio; scordarti del rombo del motore, delle urla di qualche americano con troppe birre in corpo e nascondere queste immagini in sentieri di cui conosci solo tu i segreti.

Se ancora non riesci a sentire sulla pelle tutto questo prova a vedere di come il sole è uscito dalle nuvole e ora splende, brilla ed esplode sul corpo del Mekong.

Perché ora non sei sopra un fiume ad aspettare la pioggia, ma stai scorrendo veloce su un vortice di storia e fango, detriti e speranze. Perché tutto parte dall’Altopiano del Tibet, cresce nelle speranze della Cina, violenta la Cambogia e si abbandona nel mare del Vietnam.

Perché non sono i tuoi occhi a guardare, ma quelli di cui in queste acque hanno buttato vite e spazzatura, fortune e arsenico.

E sulle sue sponde gli uomini portano avanti il giorno a forza di picconate e di reti tirate verso i loro figli. Sono troppo piccoli, i bambini, e allora corrono avanti e indietro fino a quando non arriva una barca e vanno tutti in mare; le loro teste rotonde e nere da lontano sembrano noci di cocco.
Alla violenza del lavoro gli uomini trovano riparo solo tra le radici degli alberi che creano ombre e rifugi e allora loro si mettono lì, con gli occhi chiusi ed un cappello inclinato sulla fronte e ascoltano la storia fluire.

Fai un ultimo sforzo.
Immagina di chiudere gli occhi e che il vento ti porti con sé le immagini delle mamme che abbracciano i loro figli nudi, il trascinare delle reti sulla sabbia, i tonfi nel fango e la natura che prende il sopravvento in un canto di mille voci.

Perché ora sei parte di tutto questo, non importa se non ci credi.
Perché con gli occhi chiusi sei sul Mekong.
Sei dentro al cuore del Laos.

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