Il tempo si è fermato a Lampang

Basterebbe un po’ di pioggia davvero forte e le case di Lampang collasserebbero su loro stesse. Il legno cede al tempo e ai tarli e alcune strutture sembrano reggersi in piedi per miracolo.

Arrivo da SukhoThai in bus, dopo aver finito di leggere Camminare di Tomas Espedal, affaticato dal caldo e dall’assenza di aria condizionata.
Gli arrivi, dopo appena dodici giorni di viaggio, non mi emozionano più. Lo zaino che pesa sulla schiena, il solito tuc tuc, questa volta cumulativo, l’arrivo in ostello, il bagno sporco. Si fa presto ad abituarsi, anche al diverso, e la magia, se non si sta attenti, la si perde quasi subito.

Lascio lo zaino e vado. Questa volta ho in mente due o tre cose che voglio assolutamente vedere: il parco nazionale, le cascate d’acqua calda, il centro di conservazione degli elefanti dove non vengono trattati come bestie da sfruttare, ma la gente si prende cura di loro, li ripara dalla scemenza dell’uomo. Almeno così dicono.
Trovo un bar dove chiedo informazioni su come raggiungere i miei obbiettivi e lì capisco che ho fatto un buco nell’acqua. Sono troppo lontani, oggi non c’è nessun bus che va là; solo qualche tuc tuc se sborsi vagonate di quattrini. Una sensazione di tristezza mi si appiccica allo stomaco.

Torno al mio rifugio; ho solo voglia di chiudermi in camera e lasciare che il tempo scorra veloce. Come è facile lasciarsi vincere dai pensieri quando si è soli.
Mi metto sulla terrazzina dell’ostello e prendo un cappuccino freddo. C’è il sole intrappolate dietro nuvole scure e davanti ad una strada deserta decido che questa giornata deve svoltare. Da quando ho lasciato Bangkok ho ripreso a meditare e so che mi basta ascoltare il mio respiro per riprendere in mano la tranquillità che ho appena perso. Su una spinta di orgoglio personale contro me stesso rialzo il culo e vado a scoprire Lampang.

Cammino lentamente, respiro lentamente, osservo lentamente.
Le case in teak, le botteghe scure, i piedi di un bambino che ha appena girato l’angolo. Da un buco nel cemento vedo una signora che aggiusta biciclette e sento l’odore della gomma, il tintinnio degli attrezzi mi fa scorrere un brivido insensato lungo la schiena.

Finisco in un mercato locale; le teste dei maiali mi danno la nausea, qualche cosa fritto con gambe scheletriche che assomiglia ad una rana, pure. Escono fumi che bruciano le narici da pentoloni enormi dove dentro sobbollono cose che non voglio neanche immaginare; qualche anziana sorride alla mia espressione di disgusto.

Sento di riavere acciuffato questa giornata per i capelli.

E poi ci sono ancora questi angoli con queste case che mantengono la magia del posto, dove il tempo si è fermato a riposare un po’. Queste case che si ritroverebbero al tappeto al primo round ma esalano rispetto come se mantenessero la saggezza nelle venature, e che, incredibilmente, mostrando la loro fragilità ti fanno capire tutta lo loro grandezza.
É così che, dopo dodici giorni di viaggio assurdo e solitario, percepisco una sfumatura del viaggiare. 13271644_10209330571886519_680746334_o.jpg

Non ha senso viaggiare, no. Ha senso lasciarsi trascinare; non si decide, non si comanda.
E chi se ne frega se si deve aspettare tre ore perché non ci sono bus.
Chi se ne importa se non si arriva in tempo alla stazione e l’ultimo treno se ne è andato tra la polvere. Non importa se non ce la facciamo a vedere quella città, quel paesaggio, quel monumento.
Se poi, tanto, l’unico obbiettivo è scattare un un selfie ed un ricordo.

I più bei ricordi non possono essere fotografati e si mescoleranno tra gli altri. Ti sembrerà anche di perderli, ma un giorno, mentre il sole sboccia tra le nuvole, mentre la tua vita si ramifica per conto suo, ricorderai l’immagine di una donna che vende banane e mango su un carretto scassato. Percepirai ancora l’odore della bancherella con quel cibo cotto nell’olio marcio e quei discorsi che hai solo immaginato di capire.
Tutto questo in una foto non ci entra. 

Perciò lascia perdere la fretta e la voglia di vedere e impregnati di questo momento.
Ora, in quest’attimo, ho raggiunto un ponte di cemento e sotto di lui un fiume che pare uno stagno scorre con tutta la lentezza del mondo. È impregnato di foglie e piante e davanti a me un uomo a petto nudo pesca. Altri uomini davanti ad una bottega vicino mi osservano sorridendo.
Chissà come devo sembrare strano dalla loro prospettiva.

La luce del sole pizzica la superficie dell’acqua e i profili delle case di Lampang si disegnano sul limitare del fiume. Osservo questo pezzo di Thailandia per decine di minuti e la profondità di quest’attimo è impagabile.
Questo momento non si ripeterà più e lascio che mi entri nella memoria. Magari si ripresenterà, un giorno; magari tra cinque, dieci, trent’anni.
Magari quando avrò fatto il giro di questa vita e sarò tornato al capitolo zero e allora il suo sapore mi stuzzicherà ancora la bocca.

Questa notte ha piovuto davvero su Lampang; ho sentito la pioggia sbattere sul tetto dell’Ostello e mi ha tolto qualche ora di sonno.
Al mattino sono uscito in strada ed era ancora più bella.

Evidentemente mi sbagliavo; non basta qualche goccia per strapparle di dosso tutta la sua magia.


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