Non fidarsi è bene, fidarsi è (molto) meglio

Ho fatto una cazzata, lo ammetto. D’altronde, in un viaggio del tutto improvvisato, la cazzata è parte integrante dell’esperienza.

Mi spiego meglio: ci sono due itinerari possibili, o almeno più seguiti, di chi arriva in Thailandia.
Dopo essere planati su Bangkok, aver fatto il giro senza pagare della città (leggi il Il respiro di Bangkok), aver visto milletrecento statue di Buddha -il numero crescerà esponenzialmente nel corso del viaggio- si decide dove andare. E le strade che si pigliano sono due: Sud o Nord, pochi discorsi.

Il Sud delle belle isole e la movida, il Nord di montagne e storia. La mia scelta si è orientata sul secondo percorso, ma è qui che il genio fa capolino dal mio cervello.
Da Bangkok ad Ayutthaya (leggi  Ayutthaya: un amico, wiskhy e soda, no spicy e la storia per scoprire chi è Phoo, il Gattuso d’Oriente) è una scelta quasi obbligata, ma poi?
Si va dritti verso SukhoThai, Chiang Rai, Chiang Mai, Lamprang. Insomma, si sale in alto per davvero. Ma io no- troppo facile, penso, troppo banale-

L’ultima sera ad Ayutthya mi metto col mio dito indice su Google Maps e scandaglio bene bene quel gran pezzo di terra che è la Thailandia centrale.
Cerco alcune foto dei posti e alcuni sembrano carini ma poi vedo un nome:Nakhon Sawan.

Chiedo a Phoo qualche informazione e la sua faccia è tutto un dire; gli occhi sottili come un’unghia si spalancano e, mentre realizzo che anche lui ha le pupille, mi dice che lì, in sostanza, non c’è una beneamata mazza (la traduzione è un po’ libera).

Ma cosa ne vuol sapere Phoo, dai. Io ho deciso: vado.
La mattina parto sotto il diluvio, e dico a Phoo che gli scriverò un messaggio con una bella foto di Nakhon Sawan e lo farò ricredere.

L’arrivo è il solito di sempre: la stazione dei Bus, qualche Tuc Tuc in meno rispetto alla media, i cani randagi, le bancarelle tutte in fila sul ciglio della strada.
Arrivo all’hotel, dopo che il mio tuc tuc mi ha portato in 3 o 4 posti sbagliati, e vado in camera. Un letto enorme, un bagno privato, frigo-bar e salatini sono lì ad aspettarmi. Nakhon Sawan sei una delizia, penso.
Avrò tutto il tempo per ricredermi.

Esco quando già è buio alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti.
Il solito Vegetarian Pad Thai ci starebbe a pennello. Giro nelle stradine terrose e le persone che incontro mi piantano gli occhi addosso.
Finisco dentro ad un locale con delle oscene luci a neon e mi siedo al tavolo.
Quando, dopo dieci minuti, nessuno è ancora arrivato mi accorgo di una cosa: è chiuso.
La risata di Phoo sembra arrivare fino a qua.

Un’ altra stradina desolata, fangosa, qualche macchina scassata, i cani che abbaiano, motorini abbandonati per terra. Porco Giuda, dico, lo dico per davvero all’aria, sono finito nel nulla.
Cerco di ricordarmi la strada per l’hotel nella desolazione più totale quando fuori da una casa delle persone sedute ad un tavoletto mi chiamano.

Ecco fatto, finisce così. Perso in Thailandia, rapito e buttato nel fosso della triste Nakhon Sawan.
Mi domandano il motivo della mia presenza in quel posto dimenticato da Dio e semplicemente dico che cercavo un luogo dove mangiare. Mi parlano in Thai come se potessi capire e poi una donnetta agita le mani e fa: – Seguimi-.

Si alza e monta su un motorino, dopo tre tentativi lo accende e sculaccia la sella senza sorridere. Non parlo Thai ma ho capito: vuole che vada con lei.
Mentre salgo mi scappa il secondo Porco Giuda della serata.

Sfreccia in una strada buia, ma buia per davvero – non lo dico per creare suspance- era buia che non faceva differenza avere gli occhi chiusi o meno.
Lo dico senza vergogna perché l’ho pensato veramente. – Mo’ ci rimango secco-
Ma con ancor più vergogna mi pento di aver formulato quel pensiero; la signora entra in un’altra strada, gira a destra, poi a sinistra ed inizia ad indicare davanti: un ristorante quadrato luccica di speranza di fronte a noi.
Una scritta mi rapisce: Pizza Stand.

-Pizza?- urlo.
-Pizza, Pizza- mi risponde sfoggiando un sorriso di intesa.
Voglio darle qualcosa per l’aiuto ma lei agita le mani e scuote la testa. -No, no- dice. Ora placa le mani, se le mette sopra il cuore, china il capo e sorride ancora.
Il buio delle strade riuscirà a portarsi via solo il rombo scassato del motorino.

Entro e ordino; non ordino una pizza per la solita mentalità italiana che, come noi, nessuno è capace di farle certe cose.
Mangio pensando a quelle persone che non rivedrò mai e che appena mi hanno visto hanno cercato di aiutarmi.
Quando finisco anche la cameriera mi chiede in un perfetto inglese che mizzeca ci faccio lì (traduzione libera pure questa volta) e sopratutto mi domanda come tornerò all’hotel.

  • Tuc Tuc?- chiedo. Non ce ne sono.
    -Taxi?- Niente dopo le otto di sera.
  • A piedi?-. Si, ma i cani sono parecchio aggressivi, qui. E non mi ricordo la strada.
    Ed ecco che sul limitare della strada, davanti al famoso Pizza Stand di Nakhon Sawan mi scappa la terza imprecazione.

La cameriera sembra preoccupata, un po’ mi prende anche in giro. Non è una città per turisti mi dice due o tre volte. Sei in combutta con Phoo, allora.
Ma è quando mi sto per fare forza e tornarmene all’Hotel senza un’idea del percorso che la mia amica mi chiama.
É andata a parlare con dei ragazzi; uno di loro mi ci riporta in motorino.
Quasi non ci credo.
I soliti viottoli senza asfalto, le curve, il buio e poi eccolo lì, il mio Hotel.
Ringrazio il ragazzo per avermi portato al mio rifugio e per non avermi buttato nel solito fosso.

Steso sul letto ripenso ad un detto che ci ripetono fin da bambini.
Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
Ma è proprio cosi?

È ovvio che il mondo va preso con le pinze e là fuori c’è di tutto.
Ma è proprio perché c’è di tutto che è necessario fidarsi degli altri, del mondo e di questa corrente assurda che è la vita.

Fidarsi, affidarsi agli altri sempre con gli occhi ben aperti ma sapendo che il bene vive ancora, che gli altri sono in maggior parte amici e non tutti ti vogliono fregare. È necessario ribaltare la prospettiva partendo dall’idea che, se mantieni un certo grado di attenzione, le persone hanno voglia di tenderti la mano e a manifestare una qualità che aspetta solo di diffondersi: la gentilezza.

La mattina dopo non faccio neanche colazione e vado diretto alla stazione.
– Un biglietto per SukhoThai, grazie.-
– Per che ora?-
– Il prima possibile-

Ancora non ho trovato il coraggio di scrivere al mio amico Phoo.

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” Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso” Anonimo

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