Non Recensioni- Se questo è un uomo e Il piccolo acrobata: quando la neve cade dai libri

Ci risiamo: Se questo è un uomo, il piccolo acrobata. Altre due non recensioni.
Cade la neve, cadrà per giorni.
Nell’aria c’è un odore di ferro e il corpo pulsa indisposto dalla rabbia.

Se mai mi avessero detto che delle parole potessero attivarmi il corpo in questo modo avrei smesso di leggere solo per respirare.

Chiudo questi ultimi libri, gli ultimi del 2015 e mi sento sfinito.
L’ultima settimana dell’anno l’ho dedicata a due storie simili ma vissute e narrate in modi quasi opposti.

se questo è un uomo imm

Il piccolo acrobata (Piemme Edizioni)- e – Se questo è un uomo-(Einaundi) sono due esempi concreti della straordinaria forza della parola.
Il primo preso d’istinto in una bancarella di libri usati, il secondo sfogliato malamente a scuola, ora mi ha percosso l’anima facendomi intuire la profondità di leggere ma, ancor di più, del ri-leggere.
L’Europa è lo scenario, le bombe il sottofondo musicale, gli uomini e i campi di concentramento gli attori protagonisti.
Raymond è uno zingaro, passa le notti sveglio a guardare le stelle.
I giorni da bambino sono pieni di tutto quello di cui si ha bisogno.
Una casa, del cibo, una famiglia unita e tante storie da raccontarsi.

Salta, Raymond, negli spettacoli del circo, tra i libri che solo lui è capace di leggere, sulle spalle dei fratelli. Salta perché ne ha il coraggio e perché ha imparato che cadere dopotutto 3188-IL PICCOLO ACROBATA.inddnon fa così male, sopratutto se la tua gente ti aspetta a terra con le braccia tese.

Tutti conosciamo la storia di Primo Levi. L’abbiamo letta, sentita, studiata. Ognuno ha avuto in casa un pezzo di quella storia, anche se non identica. Ognuno ha una storia da ripetere, da sussurare, da ingigantire.

Raymond e Primo, due ricordi diversi saldati insieme dalla privazione, dal dolore e, sopratutto, dall’orrore.
Ma se Raymond nel racconto lascia spazio a qualche sorriso, Primo Levi te lo strappa, forse anche giustamente, e per qualche giorno non te lo restituisce più, come ci facevano i nostri zii con il naso quando eravamo piccoli.

Raymond scappa dal campo di morte, lascia la famiglia a soffrire, lotta, picchia, scalcia, si prende delle rivincite e per quella assurda magia della parola, le rivincite, ce le prendiamo anche noi.

In –Se Questo è Un Uomo– si è sconfitti, dalla prima all’ultima pagina. Si è catapultati, come solo nei capolavori di rara intensità narrativa e la camera di lettura diventa una gabbia di cuccette dove si dorme attaccati e ci si scambia il calore e le malattie.

Vedo Raymond, nella mia mente, che cerca la sua famiglia, una volta finita la guerra, nel nuovo mondo dove lui non salta ma cade e si frantuma le ossa, soffrendo di più di quando la guerra scandiva i suoi giorni.

Lo vedo lottare con la sua rabbia e con la mia per una società che lo ha fatto diventare un reietto, per una nazione, la Francia, che si è dimenticata delle torture inflitte agli zingari e ora, vestita di parole e democrazia, continua a perpetuare la violenza e Raymond, ormai vecchio, non smette di risponderle con i pugni chiusi.

Vedo Primo Levi che capisce lentamente i meccanismi del Lager, che non fa domande, che non pensa al domani, che rifiuta la speranza, che lotta a modo suo per l’unica cosa che penso gli importasse davvero; vivere e rimanere uomo.

Vedo le atrocità, la schifezza, la spazzatura che può creare la mente di una persona e ancora non capisco come sia stato possibile fare quel passo. Dal pensare all’agire.

Per un attimo mi sembra di vedere la neve che cade sulle mani vizze, il cielo grigio che sputa aghi d’acqua che trapassano la pelle, i ritmi estenuanti del lavoro, durante inverni glaciali, che aggiungono fatica e dolore su chi si è scordato ormai cosa vuol dire vivere senza di loro. E mi chiedo stupidamente se la primavera, in quei corpi, portava sollievo e l’estate un po’ di serenità .

Raymond e Primo mi parlano e le loro storie urlano; una piena di rabbia, l’altra di nuda sofferenza. Raccontano il loro passato per obbligo morale, di testimonianza, per necessità fisica di espellere da dentro il fango attaccato agli organi vitali.
Spero tanto che la vita gli abbia concesso almeno questo.

Nella solita inumana lotta di uomo contro uomo emerge, da questi libri, l’importanza assoluta della letteratura. Spesso nelle dovute giornate di memoria si afferma che si ricorda affinché non accada ancora.
Ma, secondo il mio modesto pensiero, tutto ciò è utile come cantare dolcemente alle orecchie di un sordo.
Perché solo sentire può essere d’aiuto.

 Solo il contatto empaticoprofondoviolento può far si che noi non si metta in atto un nuovo orrore. Sentendo sulla pelle, nelle ossa, seppur in una gradazione infinitamente più piccola, ciò che stato, fino a che le lacrime non ci riempono gli occhi.

E ben pochi sono gli strumenti che abbiamo a disposizione; carta, inchiostro, parole, ricordo.

E dopo questi libri, specialmente dopo la storia di Primo Levi, gli occhi ti bruciano, il corpo ti pulsa dalla rabbia e, come in quegli inverni, la neve cade e cadrà per giorni. 

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